La citta della Molpa: Il promontorio, il fiume e l’antica città sepolta

Molpa, il promontorio, il fiume e l’antica città sepolta

Gli Studi

Nel 1987 pubblicai a stampa (1) uno studio sulle origini ed il ruolo dello scalo naturale della baia e del porto di Sapri, negli anni bui del medioevo. Lo studio iniziato a Salerno e poi a Napoli fu condotto su vari fronti. Le scarse informazioni che la storiografia locale metteva a disposizione e le scarse fonti archivistiche dell’epoca, rendevano incerti i risultati ma il periodo medioevale meritava ulteriori approfondimenti ed indagini e la ricerca di nuove fonti. Dopo diversi tentativi e dalle diverse notizie che emersero, mi resi conto che ne era valsa la pena. Sebbene ancora andrebbero ulteriormente indagate alcune di queste notizie storiche, dal quadro risulta chiaramente come queste terre, avessero avuto un ruolo non marginale nei secoli bui del medioevo e come gli eserciti succedutisi dopo la caduta dell’Impero romano, abbiano usato i piccoli e naturali scali marittimi, soprattutto quello di Sapri, per l’approdo e l’ancoraggio delle flotte di navi militari che ivi portavano i loro eserciti. Anche se oggi non vi è rimasta memoria di tutto ciò, questo studio cerca di far luce su alcuni aspetti e caratteristiche peculiari che l’aspro territorio del ‘basso Cilento’ e del Golfo di Policastro ha avuto nei secoli. Come vedremo, lo studio delle poche fonti fino a noi giunte, anche se andrebbero ulteriormente indagate, restituisce un piccolo ma utile contributo alla storia del ‘basso Cilento’ e di Sapri nei secoli. Questo saggio, vuole approfondire e meglio indagare sulla storia e le origini della Molpa, una collina lungo la costa del basso Cilento, fra Marina di Camerota e Palinuro e la città e casali ivi sorti nei secoli, molti dei quali oggi scompasi e diruti.

Cala del Cefalo
(Fig…) La collina della Molpa, si staglia nel meraviglioso panorama costiero nel Comune di Camerota

La Molpa
(Fig…) La Molpa e Capo Palinuro visti dal satellite

Il promontorio e l’altipiano della Molpa fino a Capo Palinuro

La Molpa è una grande collina costiera che si affaccia sul mare tra Palinuro e Marina di Camerota che, come si può ben vedere nell’immagine, il suo ampio e lussureggiante promontorio, si protende fino all’altezza dell’Arco Naturale. Il suo promontorio, costeggia l’antico fiume “Melphi”, oggi fiume Lambro che va a sfociare verso l’arenile del vicino Arco Naturale, oggi di Palinuro. Nell’immagine satellitale, illustrata in basso, possiamo vedere che la sua collina ed il suo promontorio, comprende anche una parte del cosiddetto Piano Faracchio, con la spiaggia della Marinella e lo scoglio del Coniglio. Essa, vista dalla spiaggia del Mingardo che corre verso Marina di Camerota, verso le grotte del “Ciclope”, è compresa in un panorama costiero di estrema bellezza e lacchi ameni che, nell’antichità, fu abitata e testimone di alcuni eventi storici di estrema importanza. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ipetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa. Pier Luigi Cavalcanti (…), nel suo portolano ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 43, scriveva della costa che si estende lungo le pendici del Monte Bulgheria, da Marina di Camerota verso Policastro e, della fascia costiera di Palinuro, in proposito così scriveva che: “Passato il promontorio di Palinuro andando verso il Nord, si vedrà la foce del Fiume Lambro, ove possono ancorarvi piccoli bastimenti restando al ridosso dè venti del Nord a NO. Mezzo miglio più all’Est viene la foce del fiume Trivento, che ha sulla sponda orientale una torre chiamata dell’Arco.”. Si riferiva ad un’antichissima torre marittima di difesa costiera vicino l’Arco naturale di Palinuro. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421); colle sul mare, alto metri 138, si erge tra il Lambro e Mingardo, castello e antico insediamento greco che risale al sec. VI a.C., come attestano tre monete (incusi), rinvenuti nel 1774 e tutte custodite in musei stranieri; la città aveva forma trapezoidale; un tempo sul lato ovest c’era una sorgente; il pianoro era ferace di messi. Il mito narra della sirena Molpè (Canto), qui morta insieme ad altre per non essere riuscita ad irretire Ulisse; la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C.,. Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che:  “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline eccc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’, all’altezza di 158 metri sul mare. Il fiume quindi si scarica nel mare senza formare alcun delta alla foce. Ciò deriva dall’insabbiamento prodotto dalla corrente antagonista del Mar Tirreno che la vince su quella della fiumara.”. Sempre il De Giorgi, a p. 154, prosegue la sua descrizione dei luoghi e del suo viaggio: “le zone più alte della collina, discendono nella gola della Dragara e fino al Promontorio di Palinuro. Il Promontorio di Palinuro è un lungo sperone di calcare compatto durissimo che si solleva fino a 200 m. di altezza sul mare e spinge un corno montuoso verso ponente, che poi si ripiega verso tramontana. Tutt’intorno al promontorio vien chiamata i frontoni di Palinuro’, ed a questi potrebbero riferirsi i versi dell’Aleardi. Più in la (dopo la ‘Cala Fetente), sotto la collina della Molpa, è la ‘Cala delle Ossa’. Costruzioni romane si vedono invece, sebbene molto malconcie, sulla vetta della collina di Molpa. Gli eruditi vogliono che qui sorgesse la vetusta ‘Buxentum’, idea combattuta dall’Antonini.”. Devo precisare che il De Giorgi, si accinse a vedere la Molpa, con il sig. Rinaldi. Quando frequentavo spesso Palinuro, mi fu detto della consistenza fondiaria della famiglia Rinaldi di Palinuro. Essi possedevano tutta la Molpa. In alcune carte è indicato “Capo della Foresta”.

Molpa
Immagine della collina della Molpa

Il mito della Sirena Molpa (“Molpé”)

Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, a pp. 574-576, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Il mito narra della sirena Molpè (Canto), qui morta insieme ad altre per non essere riuscita ad irretire Ulisse; la leggenda parla della Grotta delle Ossa, sotto il promontorio, come luogo in cui sono stati tumulati i resti dei naufraghi delle due flotte romane affondate nel 259 e nel 36 a. C., Virgilio forse si riferisce a questi avvenimenti quando dice che qui gli scogli erano bianchi di ossa; la città fu scalo lungo la rotta verso Roma e quindi rientra in molte cronache antiche.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 171, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Gli abitanti nei luoghi, cioè, sarebbero stati puniti per l’orrendo misfatto della morte del nochiero di Enea.”. Da Wikipedia leggiamo che: Il nome Molpa deriverebbe dalla mitologia greca: secondo quanto cantato da Licofrone, Apollonio Rodio ed altri poeti greci, Molpé è il nome di una sirena, figlia di Acheloo e della musa Melpomene. Acheloo (in greco antico: Ἀχελῷος, Achelôos) è un personaggio della mitologia greca, un dio-fiume figlio del titano Oceano e della titanide Teti. Padre di Ippodamante ed Oreste avuti da Perimede (figlia di Eolo). A lui viene attribuita anche la paternità delle sirene a volte con Sterope ed altre con Melpomene. Geograficamente, Acheloo corrisponde all’odierno Aspropotamo, il secondo tra i fiumi più lunghi della Grecia. Con il nome Molpé, ossia la leggiadra, i greci designavano il fiume Lambro e per estensione la zona circostante la sua foce, ove sorgeva l’abitato. Secondo i linguisti Giovanni Alessio e Marcello Maria De Giovanni, autori di studi di toponomastica, il nome Molpa deriverebbe dal radicale prelatino melp (variante melf), dal significato incerto (sono stati ipotizzati i significati di “colle, altura” o al contrario “concavità del terreno, voragine”, oppure “fango”). Questa radice verbale è molto ricorrente nella toponomastica meridionale e ad essa risalirebbero le origini del nome di altri città, quali Amalfi, Melfi e Molfetta (anticamente Melphium). Stessa origine potrebbero avere altri toponimi dell’Italia centro-settentrionale, quali il fiume laziale Melfa e la città lombarda Melzo (anticamente Melphum o Melpum), facendo pensare che questo termine fosse comune sia alla lingua degli Enotri che a quella degli Etruschi e dei Liguri. Una sirena è una creatura leggendaria acquatica con l’aspetto di donna nella parte superiore del corpo e di pesce in quella inferiore, che appare principalmente nel folclore europeo, ma che trova comunque figure affini in altre culture. Da tener presente che tale sirena di derivazione medievale si discosta totalmente dalle sirene divine della mitologia e della religione greca, iconograficamente rappresentate con l’aspetto di donna nella parte superiore del corpo e di uccello in quella inferiore. Il Mito delle Sirene, sembra sia comune a tutti i popoli del Mediterraneo, ma è di nostra esclusiva competenza, perché è incontrovertibile che le “allegre signorine” avessero casa in alcune grotte poste lungo la costa Campana. Di notte occupavano, quindi, il loro nido, ma al sorgere del sole, con pochi battiti d’ali, esploravano i Golfi di Napoli e di Salerno…qualcuna si spingeva anche nel Sud Tirreno, ed avvistate le eventuali agognate prede, gorgheggiando, aspettavano gli incauti e malcapitati naviganti. Infatti, accadde così anche quando avvistarono la nave di Odisseo, ma quando quest’ultimo ed i suoi compagni ebbero superato, indenni, gli scogli delle Sirene – gli isolotti dei Galli nella parte nord del Golfo di Salerno – le Sirene, figure mitologiche con corpo di donna-uccello, si gettarono in mare, per la disperazione, perché non erano riuscite a prendere l’eroe omerico ed annegarono . I loro corpi, trasportati dalla corrente, si dissolsero al contatto con il suolo, ma i popoli rivieraschi le onorarono erigendo un cenotafio. Gli studiosi di mitologia individuano tre Sirene e cioè Partenope, Leucosia e Ligea; Partenope, manco a dirlo, fu onorata e venerata a Napoli, Leucosia a Punta Licosa e Ligea in Calabria nei pressi di Nocera Terinese o comunque nella zona del Golfo di Lamezia. Questi luoghi, quindi, divennero i siti ufficiali del culto delle Sirene e per i motivi che dopo vedremo, erano tutti caratterizzati da comuni caratteristiche topomorfiche e cioè un’altura, un isolotto o grosso scoglio a mare, ed un fiume. Tali caratteristiche comuni indicavano che in quei luoghi erano insediati i primi agglomerati umani, perché il luogo era posto sull’altura, posto adatto alla difesa, mentre lo scoglio serviva per l’approdo delle navi e il fiume era la fonte di rifornimento d’acqua e la via per l’interno. Erano quelli i primi agglomerati umani che in quei tempi subivano ancora l’immanenza e l’influenza del Mito. Il canto dell’Eneide di Virgilio è il seguente: ” Vieni, famoso Ulisse, eroe dei greci,  ferma la nave, così potrai ascoltarci.  Nessuno è mai passato di qui senza  fermarsi ad ascoltare il dolce suono del nostro canto,  chi si è fermato se ne è andato dopo avere provato piacere  e acquisito più conoscenza.”. Palinuro è un personaggio della mitologia romana, il mitico nocchiero di Enea, caduto in mare di notte, tradito dal dio Sonno, mentre conduceva la flotta verso l’Italia. L’episodio relativo a Palinuro viene descritto alla fine del Libro V dell’Eneide, nel quale Virgilio individua il punto preciso della vicenda: uno scoglio, riconducibile al tratto di costa campano del Mar Tirreno, dinanzi all’omonimo capo, tra il golfo di Policastro e l’insenatura di Pisciotta, nella subregione attualmente chiamata Cilento. Naufragò dopo aver invocato invano i propri compagni ed esser rimasto per tre giorni in balia del Noto fino all’approdo sulle spiagge d’Italia, dove trovò ad attenderlo non la salvezza ma una fine crudele: catturato dalla gente indigena, viene ucciso e il suo corpo abbandonato in mare scambiandolo per un mostro marino. Secondo quanto riportato da Diodoro Siculo, Molpa fu fondata verso il 540 a.C. dagli Ioni provenienti dalla città di Focea, che alcuni anni prima avevano già fondato la città di Elea (originariamente denominata Hyele e nota ai romani come Velia). Ritrovamenti antecedenti alla data di fondazione di Molpa dimostrano che in realtà questa zona e il vicino Capo Palinuro erano già largamente abitate prima dell’arrivo dei greci, probabilmente dai Tirreni. Sulla roccia ove sorgeva Molpa sono stati ritrovati numerosi incavi circolari e rettangolari dove presumibilmente venivano infissi pali di semplici abitazioni in legno. Inoltre sono stati trovati resti di argilla seccata al sole e resti di utensili in ossidiana, che fanno pensare che qui ci fosse una stazione di commercio con le Eolie da cui proveniva tale materiale. Inoltre, nelle grotte sottostanti l’altura sono stati ritrovati ossa umane e di animali antidiluviani ed anche di armi di selce, che dimostrano come la zona fosse abitata già dall’epoca quaternaria. In particolare, i ritrovamenti più importanti sono stati fatti:

  • nella Grotta Visco, dove gli scavi eseguiti nel 1939 hanno rivelato la presenza di resti musteriani;
  • nella Grotta delle Ossa, detta così per le pareti incrostate di ossa di uomini e di animali.

Due monete (incusi) di due città confederate Pal-Mol

In epoca greca l’abitato di Molpa, unitamente a Palinuro che all’epoca era un piccolo villaggio sorto sull’omonimo capo, non distante dalla necropoli in località Timpa della Guardia, costituiva la polis di Pal-Mol, come testimoniato dal ritrovamento di una moneta in argento con la figura di un cinghiale in corsa e che presenta da un lato l’incisione PAL (Palinuro) e dall’altro MOL (Molpa). Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a stampa tra il 1815 e il 1819, che ho trovato ristampato in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, a cura di Fernando La Greca (…),  a p. 95, dopo aver discorso sul fiume Bussento e dopo aver più volte contraddetto l’Antonini (….), che credeva essere il fiume Mingardo,parlando di Buxentum (Policastro Bussentino) e della città di “Pyxous”, in proposito scriveva che: “Noi nulla sappiamo dè fatti di questa città, allorchè dà Greci era abitata. Dalle rarissime, e ricercate monete, che per fortuna ancora ci rimangono, possiamo prendere un indizio, ch’ella figurava in què tempi in corpo di popolazione indipendente col suo contado. Una di esse è riferita dal Wilkelmann (2), dal Mionnet, dal Barthelemy, dall’ab. Lanzi, dal Sig. Micali, e da altri, che una volta esisteva nel museo del duca di Noja a Napoli, ed oggi nel Museo Reale a Parigi.”.

Cattura,,,,
(Fig….) Da Romanelli (…), p. 97: “Statere di Siri e Pyxous con leggenda EIPINOE, 550-530 a.C. (da P.R. Franke – M. Hirmer)”.

ccccc
(Fig…) Da Romanelli (…), p. 98: statere (moneta del tempo, incusa) di Pyxoes e Sirinos, il bue con le due epigrafi.

Riguardo le bellissime monete, tra le poche testimonianze rimasteci di quel tempo, Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 98 (vedi ristampa a cura di La Greca), in proposito scriveva che: “La moneta incusa col tipo del bue rilevato da una parte, e collepigrafe ΓV+ΟΕΜ, cioè ‘Pyxoes’, e dall’altra la cavità del medesimo bue coll’epigrafe retrograda ΜΟΗΞqsΜ, cioè ‘Sirinos’ (vedi Tav. II, n. 6). Si argomenta da queste epigrafi una federazione, che ripassava tra Bussento, e Siri, siccome da un altra moneta si argomenta altra federazione tra Crotone, e Pandosia.”. La colonia probabilmente dipendeva amministrativamente dalla ricca e potente Sibari. Della colonia greca gli scavi hanno portato alla luce resti delle fortificazioni, dell’acropoli e di altre costruzioni e numerosi oggetti (principalmente vasellame, utensili e monili), che dimostrano che per la città fu un periodo di grande splendore e floridezza economica. La polis di Pal-Mol durò il breve periodo di trent’anni: nel 510 a.C. la colonia fu misteriosamente abbandonata, forse a causa di una tremenda epidemia. Molpa viene rifondata in epoca romana per ragioni difensive: viene munita difatti di stazioni di osservazioni per l’avvistamento di navi cartaginesi. Successivamente la zona fu anche scelta come residenza estiva da diverse famiglie patrizie e, secondo la leggenda, fu anche dimora dell’imperatore Massimiano, che dopo la rinuncia all’impero avvenuta nel 305 d.C. scelse di abitare in questa terra per la bellezza dei luoghi e la bontà dei vini prodotti nella zona. Rifacendosi agli antichi scritti di Eutropio ed Orosio, lo storico settecentesco barone Giuseppe Antonini aveva erroneamente ipotizzato che le ossa rinvenute nella grotta potessero appartenere alle vittime di due terribili naufragi di flotte romane avvenuti nei paraggi di Capo Palinuro:

  • il primo naufragio avvenuto nel 253 a.C. durante la prima guerra punica, in cui colarono a picco ben 150 delle 250 navi agli ordini dei consoli Gneo Servilio Cepione e Gaio Sempronio Bleso;
  • il secondo naufragio avvenuto nel 36 a.C., quando la flotta di Ottaviano, diretta in Sicilia, fu sorpresa in questo braccio di mare e perse alcune navi.

Alcuni ipotizzano che nel 420 Molpa abbia dato i natali all’imperatore Libio Severo (anche se le fonti ufficiali indicano quale città di nascita Buxentum, l’attuale Policastro Bussentino). In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. In zona, visibili ancora oggi, ci sono altre due chiese a pianta triconca: l’antica cattedrale di Policastro Bussentino e la chiesa di San Nicola de Donnis a Padula.

Il promontorio della Molpa, il capo Spartivento a Palinuro, la ‘Gola del Diavolo’ a San Severino di Centola, tra mito e leggenda

Il codice Vaticano Latino 9239, illustrato nell’immagine di ………., parla dell’origine di alcuni toponimi in Italia meridionale, tra cui quello antichissimo di S. Giovanni a Piro che, secondo l’antico tον απειρον dovrebbe significare (= l’infinito o il remoto). Il nostro territorio, spesso terra di nessuno, a causa del suo isolamento e dell’aspra orografia del suo territorio, venne scelto e preferito a molti altri anche dai monaci italo-greci che ivi vi si stabilirono intorno al secolo VIII. E’ proprio a causa della sua caratteristica e peculiarità di isolamento, il nostro territorio e il ‘basso Cilento’, fu scelto da gruppi di monaci iconoclasti, provenienti da alcune aree dell’Impero bizantino da cui scampavano, venendo a mettere radici sulle nostre terre. Biagio Cappelli (…), nel suo ‘Il monachesimo basiliano ai confini calabro-lucani’, a pp. 192-193-194, parlando del probabile luogo o dei luoghi della Vita di S. Nicodemo, citava i luoghi vicini a Palinuro ed in proposito scriveva che: “il …luogo dove egli viveva viene specificato come una contrada che nel passato, e cioè durante l’antichità classica, era dedicata agli dei infernali e chtonii. Tenendo presenti le coste marittime verso le quali declinano i montuosi focolai di ascetismo bizantino del Mercurion e del Cilento, e precisamente il tratto che corre dalla foce del Mercure-Lao a sud, a quella del Solofrone a nord, ci imbattiamo in tre luoghi dove la leggenda classica ha lasciato i suoi ricordi: la foce del Lao, dove avrebbe approdato Draconte, compagno di Ulisse; il promontorio di Palinuro dove avrebbe naufragato l’omonimo compagno di Enea; la punta di Licosa, dove sarebbe stato portato dalle onde il corpo della sirena Leucosia vinta da Ulisse (39).“. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (39) postillava che: “(39) Strabonis, VI, 253; Vergilii, ‘Aeneis’, V. 833-71, VI , 337-83; Lycophronis, Alexandra, 722. Sull’argomento vedi anche: G. Alessio, ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958″, Roma, 1958, pp. 19 ss.”. Riguardo i testi citati dal Cappelli nella nota (39) si tratta di: Strabone (…) e la sua ‘Geographia’; Virgilio (…) e la sua ‘Eneide’; Licofrone (…); Alexandra (…) e la sua……………..e G. Alessio (…), nella sua ‘La sirena Ligea e l’antica Terina’, in “Almanacco Calabrese 1958”, Roma, 1958, pp. 19 ss. Il Cappelli (…) continuando il suo discorso sulla sua ipotesi dei luoghi citati nella ‘Vita‘ di S. Nicodemo in proposito scriveva che: “Questo capo, dove per i frequenti fortunali si è localizzato il leggendario naufragio del timoniere della nave di Enea e contro le cui rocce si infrangeva, per ricordare un caso, una una buona parte della flotta di Ottaviano che nel 36 a. C. navigava verso la Sicilia contro Sesto Pompeo (43), ben poteva essere creduto sacro agli dei infernali per le numerose vittime che esso faceva. Alle quali venivano riferite, come ancora oggi si ritiene dai naturali del luogo, le molte ossa umane e di animali ammucchiate in una prossima grotta che invece appartengono all’età della pietra.“. Sempre il Cappelli aggiunge che: “Quasi che la fantasia medioevale del monaco Nilo oltre a prendere elementi comuni alle leggende agiografiche rielabori a suo modo, nel caso particolare, quanto dice il visionario ed allegorico scrittore dei secoli V-VI Fabio Planciade Fulgenzio: e cioè che il personaggio di Plalinuro corrisponde alle allucinazioni (45).……. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (43) postillava che: “(43) Velleii Paterculi, ‘Historiae’, II, 78.”. Riguardo il testo citato si tratta di Velleio Pacercolo (…) e il suo ‘Historiae’. Il Cappelli, a p. 197, nella sua nota (45) postillava che: “(45) Fulgentii, ‘De continentia Vergiliana: vedi il passo che ci interessa in D. Comparetti, ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze, (s.d.), I, p. 136 n. 3.”. Riguardo il testo citato si tratta di Fabio Planciade Fulgenzio (Fulgentii), e del suo ‘De continentia Vergiliana’, ed il passo di D. Comparetti (…) ‘Virgilio nel Medio Evo’, (ed. Pasquali), Firenze. Sempre il Cappelli scriveva che: “Ma, inoltre, a maggiormente avvalorare la mia ipotesi ed a renderla più probabile, sta l’elemento di fatto che la zona immediatamente intorno al capo di Palinuro era frequentata ed abitata da monaci bizantini più o meno nello stesso periodo di tempo in cui vi avrebbe vissuto S. Nicodemo. Così il biografo di S. Saba il giovane racconta che Pietro, cittadino di Amalfi, in una occasione dolorosa, si recò per via di mare presso il grande santo che allora dimorava in quella località marittima della Lucania (48).“. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (48) postillava che: “(48) ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii etc.’, p. 50.”. Riguardo il testo citato si tratta di I. Cozza-Luzi (…) e del suo ‘Historiae et laudes SS. Sabae et Macarii jiuniorum e Sicilia etc’, edidit, Romae, MDCCCXCIII. Sempre il Cappelli ancora scriveva che: “Nessun dubbio che questa corrisponde al suggestivo capo azzurro argentato di enormi olivi di Palinuro, se si considera che essa si trovava in un paese latino, ed infatti faceva parte del principato longobardo di Salerno, e se si tiene conto di un elemento di linguistico. E cioè che le due località della Calabria hanno un nome consimile al luogo ricordato dal biografo di S. Saba: il monte Planuda in territorio di Orsomarso e la contrada Palinuro nel comune di Colosimi. Ora, il nome ecc…Se queste mie congetture, circa l’ubicazione del monte Cellerano nei pressi di Palinuro sono, come ritengo, esatte, veniamo a conoscere con precisione anche i luoghi nei quali S. Fantino, abate di uno dei monasteri del mercurion, trascorse gli ultimi anni della sua esistenza. La Vita di S. Nilo, dopo averci detto che S. Fantino passò dalla regione superiore (51) non aggiunge altro. La Vita di S. Nicodemo narra anche che S. Fantino, come era solito fare con i suoi discepoli viventi in solitudine, andò a visitare l’eremita del monte Cellerano (52). Sì che, mentre da una parte la notizia della Vita di S. Nilo è un altro argomento a favore della mia ipotesi, dall’altra l’ubicazione del monte Cellerano, come è stata da me proposta, porta di conseguenza che anche S. Fantino viveva nella medesima regione.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (49) postillava che: “(49) P. Zancani-Montuoro, op. cit., p. 16, n. 1”. Riguardo il testo citato si tratta di P. Zancani Montuoro (…) e del suo ‘Siri-Sirino-Pixunte’, in ‘Arch. Stor. per la Cala. e la Luc.’, XVIII, (1949). Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (50) postillava che: “(50) G. Rohlfs, ‘Dizionario dialettale delle tre Calabrie’, Halle- Milano, 1932, ss. I, introd., p. 34.”. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (51) postillava che: “(51) Migne, P. G., cit., col. 60, trad. Rocchi, cit., p. 42.”. Riguardo il testo citato si tratta di Migne (…), ‘Patrologia Greca, traduzione di padre Agostino Rocchi (….), Roma, 1904. Il Cappelli, a p. 198, nella sua nota (52) postillava che: “(52) D. Martire, Op. cit., I, p. 274.”. Riguardo il testo citato si tratta di Domenico Martire (…) e della sua ‘La Calabria Sacra e Profana’, ed. Migliaccio, Cosenza, 1876, s. I, p. 250 e s…..

La ninfa o Sirena ‘Melfis‘ e le Metamorfosi di Bernardino Rota

Riguardo la “leggenda” di Molpa e dei protoamalfitani, Ulrich Schwarz (…), nel suo saggio ‘Amalfi nell’alto Medioevo’, uscito nel 1978, a pp. 31-32, nella sua nota (68) in proposito postillava che: “(68) Per le altre leggende moderne sulla fondazione della città vedi Berza, ‘Origini di Amalfi’, pp. 35 sgg. Esse si fondano in gran parte sulla leggenda medievale (Berza parla di un “ciclo costantiniano”) o inventano una ninfa che avrebbe dato il nome alla città.”. Lo Schwarz, cita il Berza e si riferiva a Michail Berza (…) ed al suo ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, pubblicato nel 1940. Dunque, secondo il Berza (…), le leggende sulle origini di Amalfi prima della sua fondazione, risalenti queste all’epoca medioevale, dice il Berza che “inventano” una “Ninfa che avrebbe dato il nome alla città di Amalfi”. Abbiamo visto prima negli scritti di Vera Falkenhausen (…) e negli scritti di Matteo Camera (…), che i protoamalfitani, ovvero le famiglie profughe di origine Romana, sarebbero approdati in Lucania in un luogo chiamato “Melfis”. Quando il Berza parla di “Ninfa” e leggende medioevali a quale ninfa si riferisce. Si riferisce proprio alla ninfa Melfis. Matteo Camera (…), parlando delle origini di Amalfi, parlando del fiume “Melpes” (Plinio) (l’attuale fiume Lambro), a p….. in proposito scriveva che: “Oggi si ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Matteo Camera, parlando di Molpa, cita Manbrin Roseo e le ‘Metamorfosi’ di Bernardino Rota. Il Camera cita pure la Sirena chiamata Molpa. Matteo Camera per l’edificazione della Molpa, del villaggio scomparso, cita “Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis”. Il Camera citava anche le ‘Metamorfosi’ di Bernardino Rota. Infatti, la ninfa…………….. fu cantata da Bernardino Rota (…) nelle sue prime “Metamorfosi“, un’opera ………………… L’Antonini, parlando sempre di Centola, cita Bernardino Rota (…), che la citava spesso per i suoi vini. L’Antonini (…), postillava di Bernardino Rota (…), a proposito dell’altro luogo vicino la ‘Molpa’, che si chiamava Trivento: “Bernardino Rota, pratichissimo, ed innamorato di questi luoghi…..atque imo clamat Triventus ab antro.”. Antonini (…), scriveva che i vini di Centola erano citati da Andrea Baccio (…), nella sua “historia naturale vini, lib. 5″. Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto sulla città di Molpa, scriveva che ne aveva parlato anche Bernardino Rota (…): “‘Bernardino Rota, nella sua I. Metamorfosi, scherzando chiamolla Molpis.”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa.”. Gia l’Antonini nella sua ‘Lucania’ a p. 367 parlando di Molpa citò Bernardino Rota. L’Antonini a p. 367, in proposito scriveva che: “‘Bernardino Rota’ nella sua I Metamorfosi’ scherzando chiamolla ‘Molpis’. “Quae te non flerunt Nimphae, quae litora Molpis? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Singolare è ciò che scrive Saverio Gatta (…), figlio di Costantino che nel 1732 pubblicò postumo “Memorie topografiche storiche della Provincia di Lucania” del padre Costantino. Il Gatta, figlio a p. 290, nel cap. IV: “Della Terra di Camerota, ed altre memorie”, solo in questo caso accenna al “Castello della Molpa” e, parlando di Velia e dell’adorazione di Cerere, in proposito scriveva di Camerota e diceva che: “In qual tempo caduta ella fusse dalle antiche grandezze, ……egli è involto fra oscure tenebre della dimenticanza. E’ probabile però che dalle di lei rovine, surte fussero le vicine Castella, spezialmente ‘Camerota’, Terra assai ragguardevole ……: ed oltre di ciò è famosa, e chiara per le memorie delli porti di ‘Palinuro’, e delle rovine, del Castello di ‘Molpa’, ricordato da Plinio e dall”Alberti’.”. Dunque, secondo il Gatta, il castello di Molpa era ricordato da Plinio e dall’Alberti. Dunque, la leggenda della Ninfa di Palinuro deriva da una citazione di Plinio. Plinio il giovane o Plinio il Vecchio ?.

Plinio e il “flumen Melpas”

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. II, a p. 170, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Molpa, Malfa, Melfa (“flumen Melpas” di Plinio (1)…”. Ebner a p. 170 nella sua nota (1) postillava che: “(1) Plinio, N. H., III, 5,7. “Proximus autem Melpas”.”. Sempre l’Ebner (…), riguardo la leggenda in proposito a p. 171, vol. II, scriveva che: “Gli abitanti nei luoghi, cioè, sarebbero stati puniti per l’orrendo misfatto della morte del nochiero di Enea.”. Nei primi del ‘600, il monaco Agostiniano Luca Mannelli o Mandelli (…), lasciò scritto un anoscritto inedito e da me pubblicato dal titolo ‘Lucania sconosciuta‘, manoscritto inedito oggi conservato alla Bibilioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli. Il Mannelli (…) dedica due pagine al promontorio di Palinuro e della Molpa, la p. 43r. Il Mannelli ne parla nel cap. X: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume e Terra distrutta, et altri luoghi convicini Cap X”. Il Mannelli in proposito scriveva che: “Uno dei già accennati fiumicelli, che cadono nel Mare presso del Promontorio, ha nome Melfe, e con la solita corrottela dal Volgo molpa. Non però gli fu impedimento la picciolezza alla fama, essendo stato mentovato da molti scrittori, e particolarmente da Plinio, il quale rammentando questo tratto littorale, disse “Promontorius Palinury proximus huic flumen Melphes. Ma più divenne famoso poi per haver quindi ricevuto il nome da quei gloriosi Romani, ritornati da Ragugia, in Italia, che quivi dimorando Melfitani, e poi Amalfitani sorsi à gran potenza eran appellati….ecc…” si veda giù in basso la p. 43r

Mannelli, p. 43r

Le ‘ruine di Melpi’, in una carta del XV secolo

Cattura,4
(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio). Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi

Come si può vedere nella carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), carta corografica inedita e da me scoperta, forse la più antica carta corografica finora conosciuta, vengono indicati alcuni toponimi locali, di estremo interesse per lo studio in questione. La carta è di probabile epoca Aragonese, e fu compilata molto probabilmente a Napoli, durante il Regno di Alfonso I o Ferrante d’Aragona, da un cartografo anonimo che doveva far parte dell’Accademia Pontaniana. La carta fu compilata molto probabilmente per motivi fiscali, ma i dati in essa contenuti, come alcuni toponimi o nomi di orri marittime e costiere, dovevano essere conosciuti già ai tempi degli Angioini. A questa carta, ho dedicato ivi un mio saggio. Nella carta, si può leggere il toponimo ed un disegno di un centro abitato, forse abbandonato “ruine di Melpi”, che come si vede, sono stati disegnati con il colore rosso un gruppo di edifici, posti in una zona prossima alla foce dei due fiumi Lambro e Mingardo. Inoltre, sempre nella carta in questione si può leggere un altro toponimo “Casale di Amalfi dir.”,  di cui vorrei dire alcune cose.

Il ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, nella ‘carta del Cilento’ all’ASN

Sempre riguardo il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…) e la sua opera “La Lucania – I Discorsi”, da lui pubblicata nel 1745 in un unico volume e poi in seguito ripubblicata dagli eredi in due volumi nel 1795, e le connessioni con le mappe Aragonesi di cui mi occupo in questo mio saggio, mi sembra interessante cio che scriveva Fernando La Greca (…) a proposito di alcuni toponimi citati dall’Antonini e nella carta da me rintracciata all’ASN. Sebbene il La Greca (7) si riferisse alla carta Parigina, di gran lunga più recente di quella conservata all’ASN, a p. 46 in proposito scriveva che: “Fra le testimonianze medievali, un ‘Casale di Amalfi dir(uto)’, sulla ‘Montagna della Bulgheria’, lato mare richiama la nota storia della fondazione di Amalfi: alcune famiglie romane, partite per Costantinopoli verso il 339 d.C., sorprese da una tempesta, ripararono dapprima a Ragusa, e poi in Lucania nei pressi di Palinuro, dove fondarono la città di Molpe; in seguito passarono ad Eboli e infine sulla costa rocciosa e inaccessibile, dove fondarono Amalfi (62).”. Il La Greca (…), a p. 47, nella sua nota (62) postillava che: “(62) Vd. M. Camera, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20.”. Infatti, nelle due carte che ivi pubblico – gli stralci – quella da me rintracciata all’ASN (Fig…) (…), che io credo sia l’originale carta d’epoca Aragonese e, l’altra conservata a Parigi, che io credo sia una copia dalle carte originali d’epoca Aragonese, questa, pubblicata da La Greca (…), dove si distingue nettamente sotto la “Montagna della Bulgaria”, lato mare, internamente al litorale costiero e a destra di Scario, toponimo successivo all’altro detto “le Scalette”, il toponimo di un casale diroccato chiamato sulla carta: “Casale di Amalfi dir.”. Il termine “dir” sta per diroccato. Il toponimo di “Casale di Amalfi dir”, sulla carta conservata all’ASN e su quella Parigina, si trova segnato alle pendici del Monte Bulgheria e potrebbe corrispondere e riferirsi agli attuali abitati di Camerota o di Lentiscosa, quest’ultimo posto un pò più in basso e a metà con il centro della Marina di Camerota. Io credo si possa trattare di un’antico piccolo centro scomparso e diroccato, di cui non si conosce l’esistenza e che come Lentiscosa era abbarbicato sulle pendici del Monte Bulgheria. Questo casale di Amalfi potrebbe esistere e bisognerebbe ulteriormente indagare sul territorio. I due toponimi di Amalfi e di Molpa sono collegati direttamente con una leggenda medioevale sorta intorno alle genti che andarono poi in seguito a fondare la città di Amalfi. Singolare è la presenza sulle due carte del toponimo di “le Scalette” e la vicinanza con quello di Amalfi. Dico singolare perchè sulla costiera Amalfitana troviamo Amalfi e Scala, antica sede vescovile.

Camerota
Casale dell'Amalfi
(Fig….) Carta del ’Principato Citra – Regno di Napoli‘, di probabile epoca Aragonese (…), inedita e da me rinvenuta all’Archivio di Stato di Napoli. In questa carta possiamo leggere tutti gli antichi toponimi del basso Cilento (Archivio digitale Attanasio). ASN, ……………., stralcio dove è segnato “Casale di Amalfi dir”. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi.

Casale di Amalfi Dir
(Fig….) BNF , ……………., stralcio dove è segnato “Casale de Amalfi”. La carta simile alla prima è stata pubblicata da La Greca e Valerio (…). Si pensa essere stata una copia delle carte conservate  alla Biblioteca Nazionale di Parigi e, fatta riprodurre da Ferdinando Galiani per il Tanucci (Archivio digitale Attanasio)

LA MOLPA NEI CRONICON MEDIOEVALI

Il chronicon del monaco di S. Mercurio

Sempre il Corcia, dissertando sull’origine Pelasgica della Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano): “E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che “Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. L’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Ma, il Racioppi (…), effettivamente ci parla della ‘Cronaca di S. Mercurio’, nel vol. I, a p. 525, quando accenna alla città scomparsa di Molpa. Infatti, il Racioppi a p. 525 del vol. I, in proposito scriveva che: “Nient’altro per me noto dell’antica Molpa dei tempi ellenici o romani. Ma agli scrittori napoletani è nota qualcos’altra; ed è un erudito brano di cronaca inedita, che da un monistero del Cilento venne detta di San Mercurio; brano pubblicato dall’Antonini, nella quale cronaca, di un frate celentano del secolo IX, sarebbero le peregrine notizie d’Imperatori romani, che ebbero nascimento e dimora in quella città. La cronaca si dice inedita, ma è del tutto ignota, ed il brano è del tutto falso: e chi dei moderni ne ripete le notizie senza punto di dubbio (1), non ricorda lo stato della cultura nel secolo IX; pel quale è un anacronismo stridente la minuta erudizione del frate, che ivi parla di Pelasgi e di Tirreni! L’Antonini che inventa marmi letterati e titoli notarili a sostegno d’immaginarie città, non si smentisce, se allo stesso tempo inventa cronache del secolo IX.”. Poi, il Racioppi, dopo aver distrutto la figura dell’Antonini continua dicendo che: “E’ probabile che da questa città di Molpa (e non da Melfi della Lucania mediterranea) venne la popolazione che andò a formare Amalfi, in territorio appartenente al Ducato di Sorrento, il vico, l’oppido, il castello ecc..ecc..”. Dunque, il Racioppi non crede alla Cronaca del Monaco S. Mercurio e non crede all’Antonini ma crede nella leggenda del Camera. Di questa cronaca medioevale, il chronicon (cronaca medioevale) scritto nel IX secolo da un monaco di un monastero del Cilento ho parlato nel mio saggio ivi “Il Chronicon del monaco di S. Mercurio”.

La ‘Cronaca’ locale del monaco Venceslao di Centola

Il parroco di Centola Giovanni Cammarano (…), a p. 15, nel suo vol. II: “3. Nascita della Badia”, del suo “Storia di Centola”, scriveva che: “Stando a quanto scrive don Baldassarre Lupo, la Badia di S. Maria di Centola sorse come eremo (3), l’anno 515-530 ad opera di monaci basiliani (4).”. Il Cammarano (…), a p. 43, traendo alcune notizie dalla “Cronica” manoscritta e dei suoi frammenti rimasti dell’abate Mercurio 1°, nel vol. II, Cap. III, a p. 44, in proposito scriveva che: “Mercurio è un personaggio chiave della storia di Centola. Dal documento storico “Cronica” da lui scritto risulta che visse da eremita nella laura, che, cedendo il posto al nascente cenobio, ne fu il primo abate. Che abbia visto il passaggio da Cenobio a Badia S. Maria, avvenuto il 700-750 non ci sono notizie a proposito, ma che ne abbia discusso il progetto è probabile. I pochi resti della sua Cronica ci dicono chiaramente che fu una grande mente di studioso e di organizzatore. Non si sa se fosse nativo di Centola, ma dai suoi scritti è chiaro che si mostra un appassionato conoscitore di una terra della quale conosceva tutte le trame ecc.. Proveniva dalla Molpa, i cui abitanti erano di origine greca,….?. E’ lui infatti che secondo Venceslao 1° di Centola, è stato uno dei primi Abati di Centola, è lui che citando il passo di Procopio di Cesarea del “Del bello gothico” ci fa sapere nelle sue cronache che la Molpa fu distrutta da Belisario tra il 544 e il 554, mentre i superstiti della Molpa andarono in cerca di altre località, più sicure, tra le quali Centola, ai piedi della montagna detta “Le Fontanelle”. E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?. E’ lui infine ad informarci nelle sue cronache che alla Molpa nacquero due Imperatori romani, Masimiliano e suo figlio Massenzio. Dubbia invece è la nascita dell’Imperatore Libio Severo (461-465), che, comunque, vi possedeva una villa. La notizia attinta pure dall’AFL, che vorrebbe Mercurio abate del cenobio omonimo di Roccagloriosa, è destituita di ogni fondamento.”.

Nel 1033, il monastero benedettino e la chiesa “Obedientiae Sancte Caterinae” (S. Caterina santa greca)

Il barone Antonini (…), infatti, a p. 330, parlando di Pisciotta, in proposito scriveva che: “Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. Dunque, il barone Antonini citava un’antica pergamena dell’anno 1033 in cui la chiesa di S. Caterina veniva chiamata ‘Obedientia Sanctae Catarinae’. Indagheremo su questa antichissima pergamena che forse troviamo pubblicata dal Trinchera (…). Pietro Ebner (…), ci parla di Molpa, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a p. 172 e, in proposito scriveva che: “Mancano documenti del tempo. Solo nell’Antonini (13) ne è cenno di uno del 1033, nel quale sarebbe stata notizia di un piccolo monastero di benedettini nei pressi di Molpa (località “la Pianta”) noto come “obedientiae sancte Caterinae” (14).”. Pietro Ebner (…), a p. 172, nella sua nota (14), postillava che: “(14) Manca qualsiasi altra notizia del documento, come del monastero e della chiesa, nel caso dedicata alla Vergine di Alessandria (Caterina della Ruota) torturata e decapitata per ordine dell’Imperatore Massimiliano Dala, la popolare santa anche patrona dell’Università di Parigi.”. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrino, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. L’Ebner a p. 322 nella sua nota (37) postillava che: “(37) Antonini cit. I, p. 300.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”.

La Grotta delle Ossa ed il ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, dal titolo “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’

Nel 1745, il barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), natio di Centola, pubblicò “La Lucania – Discorsi di Giuseppe Antonini”, per i tipi di Benedetto Gessari. L’Antonini (…), riguardo il territorio in questione dedicò il cap. VII (Discorso), ‘Palinuro e della Molpa’, da p. 354 a p. 379. L’Antonini (…), a p. 363 in proposito scriveva che:

antonini-p.-363-1

L’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.”. Dunque l’Antonini, a p. 363, riporta un brano tratto dall’antico “Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola” e, a p. 368, nella sua nota (I), in proposito postillava che: “(I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone.”. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando di Centola e del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava del codice Cryptense che contiene i verbali delle visite ai diversi Monasteri da parte del Calkeopoulos e scrive che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. LEbner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di ‘Palinuro’, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. L’antico documento citato dall’Antonini si è perso ?. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Antonini non dice altro sull’antico Censuale. L’Antonini scrive pure che il muro di mattoni che chiudeva la ‘Grotta delle Ossa’ sotto la Molpa, accadde ai tempi “Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram….”, ovvero ai tempi “Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni”, da cui si deduce che il fatto raccontato avvenne ai tempi dell’Abate Giovanni. Chi era Giovanni, abate dell’abbazia benedettina di S. Maria a Centola ? Conosciamo l’anno in cui egli fu abate dell’Abbazia. Questo scriveva l’Antonini, trascrivendo un passo che riguarda la Molpa tratto dal ‘Censuale’ (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola, che lui crede piuttosto essere un Inventario e che dice essere stato conservato dall’allora Abate Gascone, Commendatario dell’Abbazia a suoi tempi ovvero nel 1745, epoca della prima edizione. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 122, in proposito scriveva che: “Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”.

Nell’XI secolo, il ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, dal titolo “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, ai tempi dell’Antonini conservato dall’Abate Gascone

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, vol. I, cap. V parlando delle corporazioni religiose nel Cilento, a pp. 161-162 in proposito scriveva che: “Stando alle informazioni dell’Antonini (I, p. 364) nel cenobio di Centola vi erano documenti risalenti all’XI secolo, quali, ad esempio un inventario mostratogli dall’abate commendatario Gascone. L’Archimandrita trovò nel monastero solo un abate di rito latino ed un presbitero senza più monaci. Ecc…”. L’antico documento citato dall’Antonini si è perso ?. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 717 del vol. I, parlando di Centola e del ‘Monastero di S. Maria di Centola’, scriveva che: “L’Antonini trascrive un brano da un inventario del monastero di S. Maria di Centola, mostratogli dall’abate commendatario Gascone e che assicura fosse nell’XI secolo, che dicono delle grotte di Palinuro (v.)(18).”. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava del codice Cryptense che contiene i verbali delle visite ai diversi Monasteri da parte del Calkeopoulos e scrive che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. LEbner (…), nello stesso testo, vol. II a p. 267 parlando di ‘Palinuro’, nella sua nota (2) postillava che: “(2)….L’Antonini (I, p. 364) ci informa di un’antica testimonianza sulla grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco. Dal ms. l’Antonini trascrisse la parte che si riferiva a detta grotta. ‘Habet speluncas ecc…ecc…Il manoscritto era in possesso dell’Abate Commendatario Gascone.”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – Discorsi” citò l’antichissimo documento detto ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria a Centola che, secondo l’Antonini aveva la seguente intestazione: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’. Infatti, l’Antonini (…), a p. 368, in proposito scriveva che: “Chiamansi queste grotte le ‘Grotte delle Ossa’ non solo oggi, ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, o che sia più tosto un Inventario (conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone) colle seguenti parole: “Habes & speluncae, sive griptas Ossorum ad mare Molfe eu utroque latere flumini Menicardi: Alique eu illis locantur, ubi mare non est intrasmeabile, relique sunt ad nullum usum, quoniam mare occupat ostium illarum griptarum. Tempore vero oblationis, quam Domino inspirante fecit Monasterio sublimis Comes Rotardus, aque maris ad illas non ingrediebantur. Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram lateritiam antiquam, que claudebat tres griptas ubi sunt tumulata ossa Romanorum, qui circa hec colfora naufragaverunt.” :

Antonini, p. 363
(Fig…) Antonini (…), op. cit., p. 364

Dunque l’Antonini, a p. 368, riporta un brano tratto dall’antico “Censuale (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola” e, a p. 368, nella sua nota (I), in proposito postillava che: “(I) Il titolo che v’è posto sul principio è questo: “Commemoratorium, & Censuale Monasterii Centulensis’; essendo notabile, che non vi sono affatto dittonghi.”. Antonini non dice altro sull’antico Censuale. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro, nella sua nota (20) postillava che: “(20) …..A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula ecc…”. Cos’è il Censuale di un’Abbazia ?. Dovrebbe trattarsi di una specie di Platea dei beni o un inventario: “Nota delli beni censuali in perpetuum delli monaci della congregazione benedettina di Montevergine per estinguere il censo passivo di egual somma che pagano ogni anno all’ospidale della Santissima Annunziata di Napoli”. L’Antonini, di questo Censuale scrive pure che “ma fin dall’unidicesimo secolo, secondo sta notato nel ‘Censuale (I), ecc..”. L’Antonini oltre a scrivere che il Censuale era del XI secolo, scrive pure che ai suoi tempi (a. 1745 anno della sua prima edizione) esso  era “(conservato dal Commendatario Sig. Abate Gascone”. L’Antonini scrive pure che il muro di mattoni che chiudeva la ‘Grotta delle Ossa’ sotto la Molpa, accadde ai tempi “Sed anno quarto Abbatis Joannis tempestas rupit clausuram….”, ovvero ai tempi “Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni”, da cui si deduce che il fatto raccontato avvenne ai tempi dell’Abate Giovanni. Chi era Giovanni, abate dell’abbazia benedettina di S. Maria a Centola ? Conosciamo l’anno in cui egli fu abate dell’Abbazia. Questo scriveva l’Antonini, trascrivendo un passo che riguarda la Molpa tratto dal ‘Censuale’ (I) dell’Abbadia di S. Maria di Centola, che lui crede piuttosto essere un Inventario e che dice essere stato conservato dall’allora Abate Gascone, Commendatario dell’Abbazia a suoi tempi ovvero nel 1745, epoca della prima edizione. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 122, in proposito scriveva che: “Interessante è quello che si legge nel ‘Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola’, citato dall’Antonini, che io qui riferisco tradotto: in quel seno della Molpa “vi sono delle spelonche ossia delle grotte delle ossa…a destra e a sinistra del Mingardo; alcune di esse dove il mare non giunge, sono adibite ad abitazione, le altre non servono ad alcun uso, giacchè l’onda del mare occupa la loro bocca. Ma al tempo in cui fu fatta questa donazione al Monastero del Conte Rotario, il mare non vi penetrava. Nell’anno quarto dell’Abbate Giovanni una tempesta di mare ruppe l’antico muro di mattoni che chiudeva le grotte, dove sono tumulate le ossa dei romani che fecero naufragio in questo mare”. Il Cammarano (…) a p. 45, dice che il terzo abate del monastero di S. Maria a Centola fu “3) Giovanni: dall’AFL si conosce che fu abate, senza poter indicare nè l’anno e nè il suo operato. Di Lui parla l’Antonini in “La Lucania. Ebner in CBPC. scrive che “L’Antonini (I, pag. 364), ci informa di una antica testimonianza sulla Grotta delle Ossa tratta dal ‘Commemoratorium et Censuale monasterii centulensis’, il Censuale dell’Abbadia di S. Maria di Centola, e cioè dal polittico o registro delle dipendenze dell’antico monastero italo-greco.”. Dunque, il Cammarano a p. 45, lo chiama: “Polittico o registro delle dipendenze” dell’antico monastero italo-greco di S. Maria di Centola e, l’Ebner (…), nella sua nota (18) di p. 720, ci suggerisce l’elenco delle cose ivi conservate e rilevate nella Visita Apostolica di Attanasio Calkeopoulos. Nella sua nota (18), p. 720, l’Ebner postillava che: “(18) Cod. Z D XII, f. 135, Monasterium sanctae Marie de Centula, Die XVIII° etc., v. Cap. V, 5.”. Dunque, secondo l’Ebner (…) nel codice Cryptense Z D XII, al fol. 135 della Le “Liber Visationis” di Calkeopoulos, fosse stato ritrovato questo antico Censuale. Anche se a me non sembra che fra le cose riscontrate ed elencate nel Verbale della visita apostolica dell’Archimandrita Attanasio Calkeopoulos al monastero di S. Maria di Centola vi fosse questo antico documento che poi in seguito sarà citato dall’Antonini. Pietro Ebner parla della visita apostolica nel cap. 5 del vol. I di ‘Chiesa baroni e popolo nel Cilento a p….Il Barra (…), trascrive il Verbale a p. 72 del suo testo citato. Il verbale in questione è il fol. (foglio) 135 del codice cryptense  Z D XII, conservato presso l’Abbazia di Grottaferrata nel Tuscolano e di cui ho già parlato.

Calkeopoulos, Lat. 149, fol. 135, S. Maria di Centola.PNG
(Fig….) fol. 135  – Verbale della visita apostolica del 18 marzo 1458

Girolamo Gascone, l’Abate che mostrò ad Antonini il ‘Censuale’ dell’Abbazia di S. Maria di Centola, un documento che secondo l’Antonini risaliva all’XI secolo. Sull’Abate Girolamo Gascone ho scritto quando ho scritto del ‘Censuale dell’Abbazia di S. Maria di Centola’.

La Molpa e Marino Freccia

Sulla Molpa e sulla “città di Amalfi” scrisse anche il Barone di S. Biase Giuseppe Antonini (…), nella sua ‘La Lucania – Discorsi‘, edizione del 1745. L’Antonini (…), a p. 369, parlando di Molpa, dopo aver detto di Marino Freccia, disserta che: “Alquanto però diversamente narra l’edificazione d’Amalfi, ‘Marino Frezza’ (I) suo Cittadino nel ‘tratt. de subfeud. lib.I. fol. 37. poichè non fa venire i Romani da Ragusa alla Molpa, e da quì a fondare Amalfi, ma dal Cilento citeriore intorno al Silaro, che vuol dire più di cinquanta miglia ad occidente ecc…”. L’Antonini, nella sua nota (2) a p. 369 (ma si riferisce alla nota a p. 368) postillava che: “(2) A dir vero non saprei qual fede prestar si possa a Marino Frezza, che tre pagine prima, cioè alla 77 aveva scritto, che Amalfi, Scala, e Ravello erano stati edificati dai cittadini di Pesto a tempo di sua distruzione, ch’egli scioccamente fa cadere intorno agli anni di Pirro, siccome da noi è stato più minutamente esaminato, anzi vi aggiunge, che Amalfi fu fatta Romana colonia. Troppo novizio della storia esser deve chi tali cose dice, o crede.” Ben’a lungo di queste cose leggesi in alcune nostre lettere in questi mesi stampate scritte in Parigi al chiarissimo S. Egizio nostro gran amico, dove si fanno alcune osservazioni intorno a ciò, che il medesimo Sign. Egizzio aveva scritto contro il ‘Sign. Languet’.”. L’Antonini cita anche Marino Freccia (…) opinando su ciò che scrisse.  Marino Freccia il quale fa risalire la fondazione della città di Amalfi non alla Molpa. Dunque, l’Antonini (…), riguardo l’edificazione di una città di Molpa, citava Marino Freccia (…) e, il suo libro I, fol. 37. Riguardo la notizia del Freccia (…) si tratta del suo ‘De Subfeudis Baronum, & Inuestituris Feudorum’, pubblicato nel 1579. L’Antonini cita il lib. I, fol. 37. Infatti, Marino Freccia (…), sulla scorta di alcuni manoscritti dell’epoca, in proposito nel libro Primo e nel capitolo “De officio Admirtis maris” scriveva che:

Marino Freccia, p. 37
(Fig….) Marino Freccia (…), op. cit., lib. Primo, fol. (p.) 37

Il ‘Chronicon Salernitanum’ o l’Anonimo Salernitano e la Molpa

L’Antonini, riguardo la notizia della Molpa, cita anche il Chronicon dell’‘Anonimo Salernitano‘, ovvero il cosiddetto “Chronicon Salernitanum”. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “Se in parte creder si deve all”Anonimo Salernitano’, per quanto nella sua ‘Cronaca’ scrive, diede questa Città colla stessa diversità dè nomi il suo, anzi il principio, e la fondazione ad Amalfi, Città da se chiarissima. Dice il ‘Cronista’, che partite da Roma alcune ragguardevoli famiglie per andare ad abitare nella frescamente ristorata Costantinopoli, furono colle navi da tempesta in Ragusa portate: ed indi dopo alcun tempo obbligate colle navi stesse a fuggire: ‘Ac ubi (continua a dire) Italiam adierunt, veneruntque in locum, qui Melfis dicitur. (In altri manoscritti si legge Melpii) Ibi multo tempore postea sunt demorati, & inde sunt Melfitani vocati; locus enim dedit nomen illis.”. L’Antonini (…), cita l’“Anonimo Salernitano”, una ‘Chronaca’ spuria manoscritta e, a p. 370, in proposito scriveva che: “….le frequentissime incursioni dè Goti, e d’altri nuovi barbari, e le desolazioni, che verso Toscana, e del Lazio quelli facevano, fossero andati a ricoverarsi a Molpa, luogo allora meno à pericoli esposto, e che di là nuovamente cacciati, per trovare più sicuro ricetto, venuti fossero a fondare Amalfi, Ravello, e Scala: o pure che avendo Belisario ruinata questa Città, parte dè Molpitani fuggiti dalla desolazione di lor patria, fossero venuti ad edificare Amalfi. Ha forse questo una miglior aria di vero, senza che pretenda esser creduto; e che comunque sia, o prima, o dopo, tutti hanno indubitato, che dalla Molpa, detta ‘Melpes Palinuri’ nella ‘Cronaca’, i fondatori d’Amalfi siano venuti.”.

Antonini, p. 368

Dunque l’Antonini (…), a p. 370, cita l’‘Anonimo Salernitano’ che nel suo manoscritta ‘Chronicon‘, voleva che gli abitanti di Molpa, avessero fondato Amalfi e Ravello. L’episodio raccontato dall’‘Anonimo Salernitano’ (…), viene citato anche da Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a pp. 171-172, parlando della Molpa, in proposito scriveva che: “Il ‘Chronicon Salernitanum’ (11) dice di alcune famiglie romane in viaggio per l’Oriente sbattute dalla tempesta a Ragusa e poi giunte a Molpa, da dove sarebbero ripartite per fondare Amalfi.”. Ebner, a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235.

La Molpa nella “Cronaca Amalphitana”

I riferimenti bibliografici citati dal Camera (…), nel suo testo, opera citata, le note da p. 10 a p. 13. Il Camera a p. 10, nella sua nota (I) postillava che: “(I) La ‘Cronica Amalfitana’, ms. conservasi nella libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli. Chronici Amalphitani nunquam antea editi fragmentum ab.an. 1294 sta pubblicato dal Ch. Muratori Antiqu. maed. aevi, et antiqui. Ital.to. I. pag. 349 ed Aretii 1773 e nella raccolta del Perger to. I. pag. 143, e dall’Ughelli Italia sacra to. 7 in Archiep. Amalphit.”. Dunque, il Camera cita più volte la cronaca medievale detta “Chronici Amalphitani”, pubblicata dal Muratori (…), dal Perger (…) e dall’Ughelli (…), che vedremo. Il Camera scrive che la ‘Cronaca Amalfitana‘ era un testo antico manoscritto conservato presso “….libreria dè RR. PP. Teatini di Napoli”. Su questi antichissima e ricca libreria, se non ricordo male ha scritto padre Camillo Tutini (…). Il Camera sempre a p. 10, nella sua nota (2) citava di Recco (…) e postillava delle, ‘Notizie di famiglie nobili e Regno della città di Napoli‘, p. 77. Matteo Camera (…), cita anche la Chronaca di “Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Un altro testo per lo studio delle origini di Amalfi e dell’insediamento di alcune genti Romane che si fermarono a Molpa o in un luogo posto nei pressi del litorale alle pendici del Monte Bulgheria, prima che si trasferissero ad Eboli e che poi in seguito andassero a fondare la città di Amalfi sull’omonima costiera è il saggio di Vera Von Falkenhausen (…), dal titolo “Il Ducato di Amalfi e gli Amalfitani fra Bizantini e Normanni” che si trova in ‘Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello stato medievale Amalfitano, Atti del Congresso Internazionale di Studi Amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981). La Falkenhausen, a p. 9 in proposito scriveva che: “Perciò vorrei cominciare con l’analisi della leggendaria storia delle origini della città di Amalfi, nata forse durante il IX secolo (2), e che sicuramente circolava nell’Italia meridionale nella seconda metà del X secolo, quando venne raccolta, dall’anonimo autore del ‘Chronicon Salernitanum’ (3); più tardi, la stessa leggenda fu inclusa nel ‘Chronicon Amalfitanum’, una compilazione tardomedioevale (4): secondo tale testo, gli antenati degli Amalfitani sarebbero stati Romani i quali, seguendo Costantino Magno per installarsi a Costantinopoli, la nuova capitale dell’Impero, fecero naufragio presso Ragusa (5). Chiesero ospitalità agli abitanti del luogo che concessero loro terre per insediarvisi; ma dopo qualche tempo, sentendosi oppressi dai Ragusei, i futuri Amalfitani fuggirono via mare in Italia e presero dimora in una località chiamata Melfis, donde poi il loro nome. In seguito, per fuggire l’invasione di popoli allogeni, da ‘Melfis’ gli Amalfitani si sarebbero ritirati ad Eboli, e di là, mal sopportavano ecc…”. La Falkenhausen a p. 9, nella sua nota (3) postillava: “(3) ed. U. Westerbergh, (Studia latina Stockholmiensia 3), Stockholm, 1956, cc. 87-89, pp. 87-90. La leggenda è stata interpretata sotto aspetti diversi dal Prof. P. Delogu, durante una tavola rotonda tenutasi ad Amalfi nel 1977.”. Sempre la Falkenhausen a p. 10, nella sua nota (4) postillava che: “(4) U. Schwarz, ‘Amalfi in fruhen Mittelalter (9.-11. Jahrundert), Tubigen 1978, pp. 195-197.”. Il testo di Schwarz (…) Schwarz Ulrich, Amalfi nell’alto Medioevo, è stato pubblicato in ristampa a cura del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con introduzione di Giovanni Vitolo, ad Amalfi, nel 2002. Schwarz pubblicava nel 1978 il testo del “Chronicon Amalfitanum”. Sempre la Falkenhausen, a p. 10, nella sua nota (5) ci fa notare che “(5)….M. Berza, ‘Amalfi preducale’, in “Rivista storica italiana”, s. V., III, 3 (1938),…lo stesso M. Berza, in ‘Le origini di Amalfi’, cit., p. 16, peraltro, ha individuato in vicinanza di Ragusa il toponimo ‘Malfi’. Ecc..”. La Falkenhausen si riferiva al testo di M. Berza, ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, in “Studii italiani”, 6, (1940), pp. 6 s. In un sito sulla storia di Amalfi leggiamo che: “Il toponimo “Amalfi” è, inoltre, di sicura estrazione latina: esso, secondo la saga di origine principale, deriverebbe da Melfi, un villaggio marittimo lucano abbandonato da alcuni profughi romani nel IV d.C.; oppure potrebbe corrispondere al cognome di una gens romana del I secolo d.C. (Amarfia). A seguito delle incursioni germaniche del V secolo d.C. molti profughi romani delle città campane ormai preda delle orde barbariche si rifugiarono sui Monti Lattari e, dopo breve tempo, diedero maggiore impulso al piccolo villaggio di Amalfi, trasformandolo in una città, che era già sede vescovile nell’anno 596.“. E qui ritorniamo al centro Lucano di ‘Melfi’ o ‘Molpa’. Riguardo la “leggenda” di Molpa e dei protoamalfitani, Ulrich Schwarz (…), nel suo saggio ‘Amalfi nell’alto Medioevo’, uscito nel 1978, a pp. 31-32, nella sua nota (68) in proposito postillava che: “(68) Nella leggenda medioevale sulla fondazione di Amalfi l’origine della città è messa in relazione con i Romani, ed è significativo che, ugualmente per gli inizi sia tirato in ballo anche Bisanzio. Su di essa vedi Schwarz, ‘Amalfi, pp. 113 sgg. Per le altre leggende moderne sulla fondazione della città vedi Berza, ‘Origini di Amalfi’, pp. 35 sgg. Esse si fondano in gran parte sulla leggenda medievale (Berza parla di un “ciclo costantiniano”) o inventano una ninfa che avrebbe dato il nome alla città.”. Lo Schwarz, cita il Berza e si riferiva a Michail Berza (…) ed al suo ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, pubblicato nel 1940. Sempre la Falkenhausen nel suo saggio in proposito scriveva che: “La fantasiosa odissea dei protoamalfitani contiene, a mio parere, alcuni elementi che ben caratterizzano gli Amalfitani medioevali, e che vorrei trattare in quattro punti: 1) la romanità degli Amalfitani, 2) i loro interessi marittimi, 3) i loro rapporti con Costantinopoli, 4) la struttura della società amalfitana.”. Dunque, la Falkenhausen fa notare un elemento distintivo contenuto nella leggenda su cui bisognerbbe ulteriormente indagare, ovvero “3) i loro rapporti con Costantinopoli”, anzi, perchè mai, mi chiedo, secondo la storia contenuta nel ‘Chronicon Amalfitanum’, i profughi da Ragusa avrebbero dovuto fermarsi sulle coste Lucane ed in particolare lungo le pendici del Monte Bulgheria. Le notizie intorno alla probabile origine dei profughi Romani approdati sulle nostre coste dovrebbe far riflettere e riportarci intorno alle vicende che diedero origine agli stanziamenti di alcuni genti Bulgare da cui il nome della montagna alle cui pendici, in antichità esisteva gia un’antica città sepolta forse di fondazione Romana. All’epoca dei fatti a cui si riferisce la “leggenda”, ovvero agli anni 337-339 d.C., epoca in cui era salito al trono l’Imperatore d’Oriente che il Camera (…), sulla scorta di Guglielmo di Puglia scriveva che: “Basilio Imperatore di cui ha inteso ragionare il Pugliese fu nel 975 col fratello Costantino proclamato Imperador d’orinte, e sono figli di Romano II, che nel nel 979 ricuperarono la Puglia e la Calabria posseduta da Ottone II.”. Certo è che queste notizie bisognarà ulteriormente indagare. Bisognerà meglio indagare quella nostra parte dell’antica lucania Romana le vicende storiche che la distrasero nei primi secoli della Cristianità e dell’Impero Bizantino. La venuta delle popolazioni barbariche sulle coste Lucane, i rapporti dei nostri piccoli centri con Bisanzio e Costantinopoli, i rapporti con i vicini Ducati di Napoli, Gaeta e Benevento, ecc…, tutte questioni non ancora sufficientemente indagate. Ferdinando La Greca (…), riferendosi alle carte Parigine e all’Antonini, cita la storia delle origini della città di Amalfi raccontataci da Matteo Camera (…). Infatti, lo storico Matteo Camera, nel suo ‘Istoria della città e costiera di Amalfi’, pubblicato a Napoli nel 1836 a p. 10, parlando delle origini della città di Amalfi, citavo interessanti notizie sulla Molpa e su un’antico casale di Amalfi li vicino sorto ed in proposito scriveva che: “Noi per ridurre tali favolosi commenti al giusto lor valore ricorriamo alla più sensata e comune opinione tramandataci dai Cronisti (I) sull’origine e fondazione di questa città, la quale fanno rimontare al IV secolo dè tempi di Costantino, ecc…Fondata ch’ebbe questo Principe una novella capitale sul Bosforo della Tracia vi richiamò colà la primaria nobiltà di Roma a lui devota. Cessato egli di vivere nell’anno 337 carico di vittorie e di corone, molte altre nobili famiglie di Roma cercarono trasferirsi nella fortunata metropoli d’oriente (2); quindi nel 339 (secondo le Cronache Amalfitane) imbarcatesi con le più ricche suppellettili sopra cinque navi si diressero per Costantinopoli. Colpite da improvvisa tempesta in sull’altura del mare Jonio, due di esse appena riuscirono campare dal fiero naufragio, e balzare dalle onde nè vicini lidi giunsero ad afferrare terra presso Ragusa in Dalamazia. – E’ facile il supporre con quanta ospitalità e cortesia furono gl’infelici naufraghi in sulle prime accolti dà Ragusei, che dichiaravansi altamente beneficati dal popolo Romano; ma in appresso la restrizione dè confini che lor prescrissero, e l’ubbidienza che del pari tributar doveano a coloro che l’innanzi riguardati aveano come sudditi, divenne per essi un idea poco consolante…..Imbarcatisi eglino su navi Raguesee dopo aver percorso l’Adriatico si soffermarono in sulle spiagge della Lucania vicino Palinuro, che dal naufrago nocchiero il nome prese (I). Il bisogno di custodire le loro vite e sostanze, aggiunto all’avidità di fabbricare una città per loro stabilimento, determinò la Romana colonia di gittar colà le fondamenta d’una nuova città lungo un picciol fiume chiamato anticamente ‘Molpa’ (2) o ‘Melfi’. Di questo fiume fa menzione Plinio (3) dicendo: ‘promontorium Palinurum a quo sinu recente trajectos ad columnam regiam, c.m. pass. proximum autem huic (Palinuro scilicet) flumen Melfes et oppidum Buxentum, gracce Pyxus’ (Pisciotta). Cluverio nel lib. IV dell’Italia antica parimente scrisse. ‘Post Palinurum promontorium sequitur Melphes flumen, vulgo nunc Molfa, et Malfa, et idem Molpa, Malpa, et Melpa adcolis dictum’. Oggi ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Questa città di Molpa o Melfi nel seno di Palinuro fu totalmente dà barbari distrutta. Al presente però è osservabile colà nelle rupe meridionale una grotta appellata ‘la grotta delle ossa’, dove si vede un cumulo di ossa umane pietrificate e riunite insieme da una materia gessosa stillata dalle viscere del monte superiore. Il dottore Antonini (2) opina che le ossa ammonticchiate in quella grotta furono quelle dè naufraghi Romani di ritorno dall’Africa con 150 navi sotto il Console di S. Servinio Servilio Cepione, e di C. Sempronio Bleso (Orosio lib. 4 cap. 9.) che per ordine di Ottaviano furono ivi riposte. Fondata adunque la città di Melfi che dal fiume il nome prese, vennero i suoi abitanti conosciuti sotto il nome di Melfitani. Alcuni scrittori poco intesi della situazione particolare dè luoghi hanno scritto che la romana colonia, abbandonata Ragusa, capitasse in Melfi città della Puglia, donde il nome prese Malfitani. Questo è un errore evidente non che contrario a ciò che ne dice un Cronista Amalfitano: “Viaggiando questi Romani per mare; Melfi di Puglia sta dentro terra più di 40 miglia lungi da Palinuro: gli antichi che scrissero questo viaggio avrebbero certamente indicato un luogo marittimo di approdazione” oltre che la città di Melfi in quel tempo non esisteva, e ciò con chiarezza ce lo dice Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Basilio Imperatore di cui ha inteso ragionare il Pugliese fu nel 975 col fratello Costantino proclamato Imperador d’orinte, e sono figli di Romano II, che nel nel 979 ricuperarono la Puglia e la Calabria posseduta da Ottone II. Gli scrittori nulla rimarcavando tali differenze si sono lasciati incorrere nel più intollerabile anacronismo.  – Di corta durata fu il soggiorno dè Melfitani nella città da essi colà fabbricata; che per essere poco fortificata e troppo esposta alle barbariche irruzioni difendere ben non si potea. Quindi lasciata Malpa, o Melfi si condussero in ‘Eboli’ vicino Salerno al riferimento della Cronica Amalfitana: ecc..”. Da p. 14, il Camera, continua il suo racconto parlando delle origini di Amalfi e di queste genti Romane che si trasferirono dal casale di Amalfi vicino Palinuro, lo abbandonaro e si trasferirono ad Eboli pe poi andare a fondare Amalfi sull’omonima costiera. Dunque, Matteo Camera, riferisce di questa notizia che riguarda Molpa, la città sepolta (diruta) di Molpa e la città diruta di Amalfi citata nella carta corografica da me scoperta e conservata all’ASN. Vediamo ora i riferimenti bibliografici citati dal Camera (…), nel suo testo, opera citata, le note da p. 10 a p. 13. Il Camera a p. 10, nella sua nota (I) postillava che: “(I) La ‘Cronica Amalfitana’, ms. conservasi nella libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli. Chronici Amalphitani nunquam antea editi fragmentum ab.an. 1294 sta pubblicato dal Ch. Muratori Antiqu. maed. aevi, et antiqui. Ital.to. I. pag. 349 ed Aretii 1773 e nella raccolta del Perger to. I. pag. 143, e dall’Ughelli Italia sacra to. 7 in Archiep. Amalphit.”. Dunque, il Camera cita più volte la cronaca medievale detta “Chronici Amalphitani”, pubblicata dal muratori, dal Perger e dall’Ughelli. Il Camera scrive che la Cronaca Amalfitana era un testo antico manoscritto conservato presso “….libreria dè RR. PP.Teatini di Napoli”. Su questi antichissima e ricca libreria, se non ricordo male ha scritto padre Camillo Tutini (…). Il Camera sempre a p. 10, nella sua nota (2) postillava e citava di Recco, ‘Notizie di famiglie nobili e Regno della città di Napoli‘, p. 77. Matteo Camera (…), cita anche la Chronaca di “Guglielmo Pugliese al lib. I. de gest. Norman. “Melphia capta fuit; quicquid ecc…”. Matteo Camera si riferiva alla cronaca dei Normanni scritta da Guglielmo di Aix (…), cronista osservatore e contemporaneo dell’epoca. Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso. Sempre il Camera a p. 11, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Virgilio……………………..”. Il Camera citava anche Ferdinando Ughelli (…). Ferdinando Ughelli (…), nel 1721, per i nuovi tipi (nuova edizione) dell’“Italia sacra”, pubblicò a Venezia la sua opera mastodontica. Pietro Ebner (…) che, nel suo vol. II, del suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, e a p. 171, nella sua nota (11), postillava che: “(11) Il ‘Chronicon salernitanum’ dice di alcune famiglie romane in viaggio per Costantinopoli e sbattuti dalla tempesta a Ragusa da dove furono costretti a fuggire. ‘Ac ubi Italiam adierunt veneruntque in locum qui Melfis (ma anche Melpii) dicitur. Ibi multo tempore postea sunt demoratii, et inde sunt Malfitani vocati. Locus enim dedit nomen illis. F. Ughelli (cit., IX, p. 235), da una croce …..”. Dunque, l’Antonini cita anche Ferdinando Ughelli (…) e la sua “Italia Sacra”, tomo IX, p. 235. L’Antonini (…), continuando il suo racconto sulla Molpa, a p. 368, scriveva che: “‘Ferdinando Ughellio, al tomo 9 dell’Italia Sacra, fol. 235, dice quasi lo stesso fino al ritorno da Ragusa; ma soggiugne a fede della ‘Cronaca’ manoscritta (quale in Amalfi conservasi) che colle navi stesse vennero alla Molpa: ‘In loco, qui Melpes dicebatur Palinuri, consedisse’; e che da quì fossero poi passati ad edificare Amalfi.”. Ferdinando Ughelli (…), nel 1659 pubblicò il suo tomo 7° dell'”Italia sacra, Romae, Sumptibus Blasij Deversin, & Zenobij Masotti. Nel suo Tomo VII (non come scriveva l’Ebner nel vol. IX), dell‘”Italia sacra ecc..”, pubblicato nel 1659, l’Ughelli (…) a p. (fol. 235) riporta integralmente un vecchio testo della cronaca Amalfitana o Chronici Amalphitani’. La trascrizione della ‘Cronaca Amalfitana’ pubblicata dall’Ughelli è la seguente: “Antiqua vero Amalphitanorum Chronica de ac civitate, deque eius, Amalphitanorumque nomine & origine haec ………..”Cum a Costantino nova Roma Bizantium appe….ecc…”:

Ughelli, Cronaca Amalfitana, p. 235
Ughelli, Cronaca Amalphitana, p. 237

Sempre a proposito del “Chronicon Amalphitanum”, la nota (19) a p. 18 dell’edizione curata dell’Ente Provinciale per il turismo di Salerno in occasione della Regata storica delle quattro antiche Repubbliche marinare tenutasi in Amalfi nel 1965, ove il testo e la sua revisione critica sono state curate da Leopoldo Cassese (…), si postillava che: “(19) Torna a proposito a questo punto, riportare il brano di un ‘Chronicon Amalphitanum anonymi cuiusdam saeculi XV, praef. (riportato dal Pelliccia, ‘Raccolte di varie croniche etc…, vol. 5 (Napoli, 1782), pag. 143): “Originale chronicae Amalphitanae, quae erat scripta caractere curialistico et in carta membranae, servatum fuisse una cum Tabula prothontina maris in domo familiare Domini Ursi et ex illa cives faciebant sibi copias, ut fuit Dominus Amalfae, ecc…”. Dunque la nota (19) del Cassese a p. 18 citava  Pelliccia (…), ed il suo ‘Raccolte di varie croniche etc..’., vol. 5 (Napoli, 1782), pag. 143

Pelliccia, p. 143, Cronicon Amalphitanum
Pelliccia, Cronicon, p. 165

La ‘Tabula de Amalpha’

Tommaso Gar (…), nel suo ……………………., pubblicò un’antico manoscritto da lui scoperto alla Biblioteca Nazionale di Vienna, ivi traslato dagli Austiaci da Venezia dove esso era conservato. In questo antico codice veneziano Foscariniano fu trascritta la “Tabula de Amalpha”. In seguito, nel ………., il Governo Italiano l’acquistò per …………………..dal Governo Austriaco che la restituì all’Italia ed è oggi conservata nel Comune di Amalfi. Matteo Camera (…), nel suo testo sulla storia di Amalfi, scrisse che possedeva un’altra “Tabula de Amalpha” simile a quella del codice Foscariniano ma oggi irrimediabilmente andata perduta, forse perchè appartenuta al fondo che Roberto Filangieri Gonzaga chiese e ottenne per l’Archivio di Stato di Napoli e che andò irrimediabilmente perso nel famoso rogo del 1943. Recentemente per i tipi di De Mauro Editore è stata stampata un’edizione curata dell’Ente Provinciale per il turismo di Salerno in occasione della Regata storica delle quattro antiche Repubbliche marinare tenutasi in Amalfi nel 1965. Il testo e la sua revisione critica sono state curate da Leopoldo Cassese (…) che eseguì la trascrizione di un antico testo. Pare che il testo della “Tabula de Amalpha” fosse contenuto in un testo di Alianelli (…), del Leband (…), del Laudati (…), del Racioppi (…) ecc….

La Molpa nella ‘Cronaca Cassinese’

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano” (…), del Mazzella (…). Autori questi che cercherò di citare e parlare in questo mio saggio. Per “Voleterrano” il Mannelli intendeva il “Volterrano” (…), nome di cui era appellato Raffaele Maffei (…), che nel ………. pubblicò alcuni scritti sulla geografia d’Italia. Infatti, Raffaele Maffei (Maffeius Raphael) (…), nel 1451-1522 pubblicò il suo “Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) a p. 369 postillava che: “(I) Eccone diverse autorità. La ‘Cronaca manoscritta Cavense’, nell’anno MXCVI parlando dell’assedio di Amalfi (di cui anche ragiona il ‘Malaterra’) dice: “Rogerius ecc…”. Poi nel manoscritto scrive “Rogerius Dux obsedit Amalphiam, & coepit eam: e nell’anno MCXXX vi si legge: “Et …………….”. L’Antonini (…), a p. 370, parlando della Molpa e delle sue origini, nelle sue note postillava citando anche il Mabillon (…) al lib. 58, degli ‘Annali Benedettini’ e cita pure ‘L’ignoto Cassinense’ al num. 7, parlando dell’Imperator Ludovico dice: “Obtinuit Capuam, ingreditur Salerno navigans Malfim, Puteoli utitur lavacris.”.

Matteo Camera, la Molpa e le origini di Amalfi

Di Matteo Camera e della sua prima edizione lo Schwarz (…) a p. 24 del saggio tradotto da Vitolo scriveva che: “Una ristampa eseguita a Cava dè Tirreni nel 1955 presenta diversità nella numerazione delle pagine e delle note). Per la bibliografia e le pubblicazioni del Camera vedi G. Del Giudice, ‘Della vita e dele opere di Matteo Camera’, in ‘Memoria di Camera’, pp. 3-24. Sempre lo Schwarz (…) nel suo saggio a p. 24 in proposito ai testi del Camera scriveva che: “La sua opera principale sono tuttavia le ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate fino al XVIII secolo’, che egli pubblicò in due volumi negli ultimi anni della sua vita (35), facendovi confluire una gran massa di materiale inedito (36).”.

Camera, p. 10
Camera, p. 11
Camera M., p. 12
Camera M., p. 13
(Fig…) Camera Matteo, ‘Istoria ecc..’, op. cit., pp. 10-14

La Molpa in Goffredo Malaterra, cronista d’epoca Normanna

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua “Lucania – I Discorsi”, a p. 368, in proposito a ciò che scriveva il cronista Normanno Goffredo Malaterra, diceva che: “Ed oltre a questo (locchè più importa) e che Melfi è Città edificata dopo dà Normanni. Giustifica questa verità il citato ‘Malaterra’ nel principio del ‘lib. I.’ col mostrarcene la fondazione sul cominciar del secolo XI. (Eccone le parole: ‘Sed cum fine Castro, quo se tuerentur (Normanni) essent, Castrum, quod Melfa dicitur, construxerunt. Quando all’incontro nell’Epist. 23. di S. Gregorio lib. 6, indict. 14.”. Scrive sempre l’Antonini a pp. 368-369: “Quanto all’incontro nell’Epis. 23 di S. Gregorio, lib. 6, indict. 14., trovasi nell’anno 596, fatta menzione di Pimenio Vescovo d’Amalfi. Sicchè far venire col ‘Capaccio’ da Melfi, ch’era ‘in mente Dei’, la gente all’edificazione d’Amalfi già edificata, è pretendere una cosa affatto ridicola.”. L’Antonini (…), nella sua nota (1) a p. 369 postillava che: “(I) Eccone diverse autorità. La ‘Cronaca manoscritta Cavense’, nell’anno MXCVI parlando dell’assedio di Amalfi (di cui anche ragiona il ‘Malaterra’) dice: “Rogerius ecc…”. Poi nel manoscritto scrive “Rogerius Dux obsedit Amalphiam, & coepit eam: e nell’anno MCXXX vi si legge: “Et …………….”.

Antonini, p. 367

L’Antonini cita di nuovo il cronista d’epoca normanna Goffredo Malaterra, a p. 369, scrivendo che: “E quindi è venuto che Amalfi, siccome anche la Molpa, è stato chiamato indifferentemente ‘Melfa’ (2), Malfa, Melpa, come chiaramente si legge in Malaterra lib. 4., c. 24 nel viaggio Gerosolimitano di Pietro Tudebodo, ed in cento autori di quei secoli.”. L’Antonini, credeva che la ‘Melfi’, citata dal Malaterra, fosse la Molpa di Camerota e Palinuro. Il racconto del Malaterra, riferisce un episodio del 1057. Erano proprio gli anni in cui il normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo, insieme ai suoi fratelli, iniziava ad impossessarsi di diversi territori della Calabria. Nell’anno 1058, il Guiscardo, sposerà la sorella di Gisulfo II, principe longobardo di Salerno e, nel 1065, distruggerà per la seconda volta Policastro. L’Antonini (…), a p. 367, continuando il suo racconto su Molpa, scriveva che: “‘Goffredo Malaterra’, scrittore delle cose nostre Normanniche, la chiama Melfa; e ci fa vedere, che a tempo di lui ci erano anche dè mercanti, poichè scrive di essere stati presi alcuni da Roberto il Guiscardo nel MLVII. Ecco le di lui parole: ‘At dum illos, qui praedatum miserat apud Scaleam, prestolatur, Bever quidam a Melfa veniens nuntiavit Melfitanos negotiatores a Melfa, haud procul a castro transire. Quo nudito non minimum gravisus, equum infiliens, captosque Scaleam deduxit, omniaque, quae secum habebant diripiens, ipso etiam redimere fecit’. Nè uom dica, che ‘Malaterra’ abbia inteso parlare di Melfi (I), perchè oltre essere questa Città lontana da Scalea ben quattro giornate di cammino, era poi Melfi Città dello stesso Guiscardo, ed il più forte luogo, ad asilo dè Normanni, dà medesimi frescam ente edificato. (2).”. A questo punto del racconto sulla città di Melfi, o della Molpa, l’Antonini (…), nella sua nota (I), postillava che: (I) Agostino Inveges in quanti luoghi occorre ragionar di Melfi, sempre col nome di Amalfi lo chiama, onde gran confusione nasce.”. La notizia dell’origine di alcuni nostri paesi che, come sosteneva il Porfirio, furono: “costituiti alle origini da popolazioni calabresi chiamatevi ed accoltevi da igumeni e monaci basiliani”, dovrebbe connettersi, attestandosi al periodo del primo Guiscardo, alla restaurazione della sede episcopale bussentina, con la nomina a Pietro Pappacarbone, primo vescovo della restaurata sede episcopale suffraganea di Policastro. Il Porfirio (…), faceva riferimento al periodo in cui venne restaurata la sede episcopale Bussentina, diventata da quel momento Paleocastrense, con la nomina di Pietro Pappacarbone a primo vescovo della restaurata sede. I fatti narrati dal Laudisio (…) e poi dal Porfirio (…), ricorrono al tempo di Roberto il Guiscardo prima o dopo il Concilio di Melfi. L’Antonini, scrivendo di Molpa, diceva che al tempo di Goffredo Malaterra, vi erano a Molpa parecchi mercanti (mercadanti), che furono presi da Roberto il Guiscardo e portati a Scalea. Antonini (…), riporta la frase del cronista dell’epoca Normanna Goffredo Malaterra (…), nel suo ‘De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc..’, che, secondo il Lo Curto (…), racconta l’episodio in cui si cita Molpa a Scalea. Si tratta del Libro I, del Cap. XXVI, il Malaterra scriveva (v. Lo Curto, p. 71) che: “Mentre egli aspettava a Scalea i soldati che aveva mandato al saccheggio, un tale Bervenis, giunto da Melfi, gli fece sapere che mercanti della zona, carichi di beni di valore, stavano passando non lontano dal castello per ritornare a Melfi da cui erano partiti. Saputo ciò, Ruggero con grande gioia balzò a cavallo e, affiancato da Gesualdo e Carbonaria (30), con soli tredici soldati andò incontro ai mercanti. Catturatili, li trascinò a Scalea; dopo averli depredati di tutto quello che avevano, pretese anche il loro riscatto.”. Inoltre l’Antonini, a p. 368, in proposito a ciò che scriveva il cronista Normanno Goffredo Malaterra, diceva che: “Ed oltre a questo (locchè più importa) e che Melfi è Città edificata dopo dà Normanni. Giustifica questa verità il citato ‘Malaterra’ nel principio del ‘lib. I.’ col mostrarcene la fondazione sul cominciar del secolo XI. (Eccone le parole: ‘Sed cum fine Castro, quo se tuerentur (Normanni) essent, Castrum, quod Melfa dicitur, construxerunt. Quando all’incontro nell’Epist. 23. di S. Gregorio lib. 6, indict.14.”. Scrive sempre l’Antonini a pp. 368-369: “Quanto all’incontro nell’Epis. 23 di S. Gregorio, lib. 6, indict. 14., trovasi nell’anno 596, fatta menzione di Pimenio Vescovo d’Amalfi. Sicchè far venire col ‘Capaccio’ da Melfi, ch’era ‘in mente Dei’, la gente all’edificazione d’Amalfi già edificata, è pretendere una cosa affatto ridicola. Alquanto però diversamente narra l’edificazione d’Amalfi, ‘Marino Frezza’ (I) suo Cittadino nel ‘tratt. de subfeud. lib.I. fol. 37. poichè non fa venire i Romani da Ragusa alla Molpa, e da quì a fondare Amalfi, ma dal Cilento citeriore intorno al Silaro, che vuol dire più di cinquanta miglia ad occidente ecc…”. L’Antonini, cita di nuovo il cronista Normanno Goffredo Malaterra, a p. 369, scrivendo che: “E quindi è venuto che Amalfi, siccome anche la Molpa, è stato chiamato indifferentemente ‘Melfa’ (2), Malfa, Melpa, come chiaramente si legge in Malaterra lib. 4., c. 24 nel viaggio Gerosolimitano di Pietro Tudebodo, ed in cento autori di quei secoli.”.Anche Luca Mannellici parla della Molpa e di ciò che scrisse il cronista del tempo Goffredo Malaterra che ci parlò delle gesta dei primi Normanni. Ecco la pagina 45r originale ed inedita, per la prima volta da me pubblicata, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla del Malaterra e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”.

Mannelli, p. 45r, su Malaterra, Melfi e i normanni

Il ‘casale di Amalfi’ vicino Molpa, il Ducato di Amalfi ed i legami con Bisanzio

Manbrin Roseo e le origini della città di Molpa

Il barone Antonini a p. 367, nella sua nota (2) riguardo la Molpa scriveva che: “(2) Un poco più diffusamente di questa edificazione scrive ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della ‘Storia del Regno; ma in nulla contraddice il ‘Malaterra’, nè diversamente avealo detto il ‘Collenuccio’ sul principio del lib. 3.”. Dunque, l’Antonini citava Manbrin Roseo’ e il ‘Collenuccio. Il testo è di Pandolfo Collenuccio con le aggiunte di Mambrino Roseo. Anche Matteo Camera (…) parlando di Molpa, cita Manbrin Roseo e le metamorfosi di Bernardino Rota. Camera (…) parlando delle origini di Amalfi, parlando del fiume “Melpes” (Plinio) (l’attuale fiume Lambro), a p….. in proposito scriveva che: “Oggi si ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I). Più diffusamente di questa edificazione ne scrisse Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis. “Quae te non fluerunt Nymphae, quae littora Molpis ? Testis erit Molpis tantae pars maxima cladis, Quam Venus in silicem vertit.”. Dunque, il Camera per l’edificazione della Molpa, del villaggio scomparso, cita “Manfrin Roseo nel lib. 7. della storia del Regno, e Bernardino Rota nella sua I. Metamorf. scherzando chiamolla Molpis”. Matteo Camera si riferisce a Manfrin Roseo (…) ed alla sua Storia del Regno di Napoli ed in particolare si riferiva all’opera di Pandolfo Collenuccio (…) di Pesaro e di Mambrin Roseo di Fabriano che nel 1563 pubblicarono il “Compendio dell’Historia del Regno di Napoli di Collenucio da Pesaro”. Si tratta di “Compendio dell’Historia del Regno di Napoli, con le aggiunte di Mambrino Roseo. Il testo citato dall’Antonini è di Pandolfo Collenuccio (…) che si presenterà più tardi, nel………. con le ‘Aggiunte’ di Mambrino Roseo (fino al 1556), Aniello Pacca (fino al 1562) e Tommaso Costo (1610). Nel 1613 quest’ultimo dava alle stampe per l’editore Giunti di Venezia tutti i testi precedenti con sue personali annotazioni e aggiunte. Anche Matteo Camera citava il testo del Collenuccio con le aggiunte di Mambrino Roseo, pubblicati fino al 1556. Il Camera, riguardo il vecchio villaggio abbandonato della Molpa cita il libro VII (7). Antonini e Camera citano il Libro III° che inizia a p. 52. Il capitolo (libro III), del Collenuccio, non parla di Melfi o della città di Molpa vicino il Lambro ma si riferisce a Melfi in Basilicata ed alla presa del potere dei Normanni con Roberto il Guiscardo.

La Molpa nella ‘Cronaca di S. Mercurio’

Matteo Camera (…) a p. 11, nella sua nota (2), postillava che: “(2) ‘Molpe’ ancora è il nome di una delle nostre Sirene, e nei secoli di mezzo ‘Molphe’.”. Il Camera a p. 12, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Presso l’autore della Cronaca di S. Mercurio.”. Sempre il Camera a p. 12, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini la Lucania tom. I., part. 2 disc. 7 pag. 365.”. Interessante è la citazione della ‘Cronaca di S. Mercurio‘ di cui ho parlato ivi in un altro mio saggio. A questa antica Cronaca medievale si rifà più volte l’Antonini che dice di averla vista e avuta da Agostino Carbone di Centola. Il Camera, riporta una notizia riferita dalla ‘Cronaca di S. Mercurio, citata anche dall’Antonini. Il Camera a p. 12 in proposito scrive che: “Oggi ritiene solamente quello di ‘Molpa’, non conosciuti affatto gli altri nomi; e da questo ha improntato il suo nome anche un villaggio detto Molpa (I).”. Dunque, la notizia di un villaggio detto ‘Molpa’ proviene da questo ‘Chronicon’. Nicola Corcia, dunque, a p. 58, del suo vol. III, dopo aver parlato di alcuni scrittori antichi che dicevano di Molpa, in proposito scriveva che: “Ma a questi scrittori era ignota la testimonianza di un Cronista, il quale della città di ‘Molpa’ ragionando, attribuendone la fondazione à ‘Pelasgi Tirreni (3), situavala presso il porto di Palinuro all’oriente, e propriamente alla distanza di un miglio dal descritto porto, nel seno della ‘Molpa’. Ed io non dubito che una buona tradizione, così scrivendo, si conservasse, ecc..”. Il Corcia (…), a p. 58, del suo vol. III, nella sua nota (3), postillava che: “(3) Chronicon S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 71.”. Infatti, l’Antonini (…), nella sua II edizione (Tomberli, 1795), della ‘La Lucania’, Discorso VI, p. 71, citava l”Autore’ della ‘Cronaca di S. Mercurio‘, e riporta un suo passo, dicendo: “Eccone le di lui parola così come sono rozzamente scitte: ‘Prope istum portum a parte Orientis est Civitas Molpa, quam edificaverunt in loco altissimo, et dirupo super mare temporibus antiquis Pelasgi, et Tireni de genere greco, ob comoditatem maris; quia illli erant omnes naute, et vivebant de preda maris, et in hunc diem omnes habitatores prelibate Molpe sunt Greci.’. Ecco che (secondo questo Monaco scrive) nella Molpa furono e Pelasgi, e Tirreni, ecc..”. Troviamo una prima citazione a p. 69, dove l’Antonini (…), parlando delle origini della Lucania, in proposito scriveva che:

Antonini, p. 69
(Fig….) Antonini (…), ‘La Lucania’, I° edizione 1745, Parte I, p. 69 (stessa cosa II° ed., p. 70)

Il Corcia, dissertando sull’origine Pelasgica di Molpa, citava Eutropio (come dice il Cammarano): “E’ noto, in fatti, da Eutropio che Massimiliano Erculeo, collega di Diocleziano, abdicato l’impero, ritiravasi nella ‘Lucania’ (6), ed il citato Cronista riferisce che ritiravasi nella città di Molpa. Nato in questa stessa città si pretende Libio Severo, il quale per opera di Ricimero succedeva nell’impero a Majorano nel 460; ed il citato cronista dice che mostravasene la casa in rovina à suoi giorni (1).”. Il Corcia, a p. 59, del suo vol. III, nella sua nota (1), riguardo la ‘Cronaca di S. Mercurio‘, postillava che: “(1) Chronic. S. Mercur., ap. Antonini, op. cit., t. I, p. 378.”. Infatti, l’Antonini (…), parlando sempre della Molpa, a p. 378, parte II, ci dice ancora della ‘Cronaca di S. Mercurio’, scrivendo che: “La monca citata ‘Cronaca di S. Mercurio’, ecc…”. Interessante è la citazione di Pietro Ebner (…), nel vol. II , a p. 172, quando nella sua nota (12), postillava che “Il Racioppi (cit., I, p. 132, n. 3) la crede falsa.”. Credo che l’Ebner (…), nella sua nota (12), si riferisca a Giacomo Racioppi (…), che nel 18…., scrisse ‘Storia dei popoli della Lucania e della Basilicata’, dove, secondo l’Ebner (…), riteneva falsa la ‘Cronaca di S. Mercurio’, di cui parlava l’Antonini. Rileggendo l’edizione del 1902, del Racioppi (…), il vol. I, p. 132, non abbiamo trovato nulla in proposito. Nel vol. II del Racioppi (…), a p. 72, Cap. III (e ci troviamo con Ebner), abbiamo trovato solo la citazione di Molpa, quando parla della città Lucana di Melfi. Il Racioppi, parlava di Sibari, e delle sue colonie in Lucania, ma non ci sembra dica nulla sulla ‘Cronaca’ citata dall’Antonini. Il Racioppi (…), ci parla di una ‘bolla’ che lui ritiene spuria ma lo dice a p. 132, ma nel suo vol. II, dove in proposito scriveva che: “Altri sprazzi di luce ci verranno dall’esame di altre carte. La bolla, per le suscitate controversie famosa, che eleva ad Arcivescovo di Acerenza il vescovo Arnoldo, mentre gli conferma la dipendenza di parecchie città della diocesi, accenna anche a monasteri e “pievi e parroccie” greche e latine, ecc..” e poi nella sua nota (1), postillava che: “Presso Ughelli, Italia Sacra, VII, fol. 25, ma di scorrettissima lezione. – Ricorretta sul testo, in parte, ap. Di Meo, Ann. crit. diplom. ad ann. 1068, 7, che la crede spuria. Ma la dubbia autenticità sua non distrugge il fatto, per cui è citata nel testo.”. L’Antonini (…), a p. 396, cita di nuovo la ‘Chronica’ del “Monaco di S. Mercurio” e, dopo aver parlato di ciò che aveva scritto il Cluverio, sulla Molpa, scriveva che: “..cose: e pure verso il nono secolo (quando crediamo che scrivesse) il Monaco di S. Mercurio, dice che ancora in Bussento mostravasi: ‘Ruinosa domus, ubi natus est Imperator Libius Severus’.”. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che detta ‘Chronaca’ manoscritta fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo), egli parlava della ‘domus’ (villa o casa) dell’Imperatore Livio Severo, sita nella città scomparsa della Molpa, notizia che sia il Corcia (…) che il Cammarano (…), destituiscono di ogni fondamento. Tuttavia, devo precisare che il Cammarano, rispetto a dette notizie riferite dall’Antonini (…), sulla scorta della citata ‘Chronicon’ di S. Mercurio, vennero messe in dubbio da autori come il Corcia e il Racioppi e poi in seguito da Mario Napoli, che invece scoprì la sede della colonia Eleatica, proprio ripercorrendo alcuni passi di Pietro Ebner (…), che aveva ivi individuato il sepolcro dei resti dell’apostolo Matteo. Il nipote di Antonini (…), Francesco Mazzarella Farao, nella sua opera postuma sulla “La Lucania” (II ° edizione del 1795), nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, della sua ‘Lucania’, che, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio. Pietro Ebner (…), a p. 172, nella sua nota (13), postillava che: “(12) L’Antonini (cit. I, p. 372 sg.), trascrive un brano della ‘Cronaca di S. Mercurio’: Belisario ecc..”. Infatti, l’Antonini (…), nella II edizione della sua ‘La Lucania’, di Mazzarella Farao, parte II, p. 372, in proposito scriveva che:

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(Fig…) Antonini (…), II° edizione della ‘La Lucania’, parte II, p. 372

Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini di Molpa, citava il ‘Chronicon’ del ‘Monaco di S. Mercurio’ ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; ecc..”. L’Antonini (…), a p. 368, parte II, II edizione (1795), lo chiama “il Monaco di S. Mercurio”, ed in proposito scriveva che: “E ‘l ‘Monaco’ di S. Mercurio dice di più. che a suo tempo gli abitatori eran Greci. Perchè fosse stata così chiamata, taluno ad alto principio attribuire il vorrebbe, e dinominarla da tempo erettovi a ‘Molpia, ed a Ippone, figlie di Scedaso Beozio, da Paratamida, Putarchida, e Partenio, che l’avevano per forza conosciute, simile all’altro, di cui Pausania fa menzione nè ‘Beotici’ (3): o da Molpi, che per lo bene della patria si offrì ad offere, come fu a Giove sacrificato: ma io mi contenterò meglio confessare di non sapere l’origine di cotal nome, che prenderlo da favole, o da storie niente quì confacenti; tanto più che ‘l nome di Molpa l’è venuto dopodicchè andò in dimenticanza l’antico verace di Bussento. “. Antonini (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini cita il ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della Storia del Regno e cita il ‘Collenuccio’, sul principio del lib. 3., e poi cita anche ‘Plutarco’ nella vita di Pelopida. “. L’Antonini (…), nella sua I edizione della ‘Lucania’, pubblicata nel 1745, ed. Gessari,, a p. 408, parte III, Discorso IX, parlando della città scomparsa della “Molpa”, in proposito scriveva che: “;….e così ancora circa il nono  secolo (di quando crediamo, che sia la Chronaca di S. Mercurio), vedendosi ancora nella Città ‘ruinosa domus’ , in cui era nato l’Imperador Libio Severo, ci fa credere che, non fosse del tutto desolata: e che la total sua ruina accadesse, come sopra detto abbiamo, nel MCDLXIV.”. Dunque, qui l’Antonini, citava il passo della ‘Cronaca del Monaco di S. Mercurio’, quando nel IX secolo (l’Antonini credeva che la detta ‘Chronaca’, manoscritta, fosse stata scritta dal monaco nel IX secolo), egli parlava della ‘domus’ (villa o casa) dell’Imperatore Livio Severo, sita nella città scomparsa della Molpa, notizia che sia il Corcia (…) che il Cammarano (…), destituiscono di ogni fondamento. Tuttavia, devo precisare che il Cammarano, rispetto a dette notizie riferite dall’Antonini (…), sulla scorta della citata ‘Chronicon’ di S. Mercurio, vennero messe in dubbio da autori come il Corcia e il Racioppi e poi in seguito da Mario Napoli, che invece scoprì la sede della colonia Eleatica, proprio ripercorrendo alcuni passi di Pietro Ebner (…), che aveva ivi individuato il sepolcro dei resti dell’apostolo Matteo. L’Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini della Molpa, e riferendo diverse notizie storiche, citava la ‘Cronica’ del Monaco di S. Mercurio ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; ecc..”. L’Antonini (…), a p. 368, parte II, II edizione (1795), lo chiama “il Monaco di S. Mercurio”, ed in proposito scriveva che: “E ‘l ‘Monaco’ di S. Mercurio dice di più. che a suo tempo gli abitatori eran Greci.“. Antonini (…), nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini cita il ‘Mambrin Roseo’ nel lib. 7 della Storia del Regno e cita il ‘Collenuccio’, sul principio del lib. 3., e poi cita anche ‘Plutarco’ nella vita di Pelopida. “.

La Molpa e Raffaele Maffei detto il ‘Volaterrano’

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano“ (…), del Mazzella (…). Autori questi che cercherò di citare e parlare in questo mio saggio. Per “Voleterrano” il Mannelli intendeva il “Volterrano” (…), nome di cui era appellato Raffaele Maffei (Maffeius Raphael) (…), nel 1559 pubblicò il suo “Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus”. Rocco Gaetani (…) a p. 11, riferendosi a Bussento, in proposito scriveva che: “Carlo Stefano nel suo ‘Dizionario – storico – gografico – politico’ diè vita agli errori del bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paese della Lucania ad ‘Laum fluvium; (3) il Valaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto; (4). Ecc..”. Rocco Gaetani (…) a p…., nella sua nota (4) postillava che: “(4) Commentarium Urbanorum Raphaellis Volaterrani, octo et triginta libri. pag. 70. “Deinde (post Veliam) promontorium Palinurus et Pyxuntes, qui etiam et portus et amnis est. Ex altera parte a Scyllaceo usque Metapontum Buxentum civitas”.”.

La Molpa nel cap. X del ms. “Lucania sconosciuta” di Luca Mannelli

Il Mannelli nel suo ‘La Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito, nel cap. X, a p. 46v, ci parla delle rovine della città scomparsa di Molpa e, scriveva che: “Veggosi le rovine di Melfe distrutta da Corsari, come volle Leandro (Alberti), pure da Belisario come scrisse il Mazzella (Scipione Mazzella Napolitano), e col nome di Amalfi vecchio viene segnato da Antonio Magini nella sua Tavola in piano di questa Provincia, ne a me altro resta da dire, se non che così distrutta etaterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano gli diede fama, quantunque Antonio Magini situarre Amalfi ecc..”. Si tratta di frammenti del manoscritto inedito ‘Lucania sconosciuta’, scritto dal padre maestro Agostiniano Luca Mannelli dell’ordine di S.° Agostino Cavati dall’originale che si conservava in Salerno nel Convento dell’istesso Ordine. Oggi il manoscritto è conservato a Napoli, alla Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III”, nella Sezione Manoscritti, con la seguente collocazione: XVIII, 24 – cc. 47-51. Il Bracco (…), nella sua nota (59) a proposito del Mandelli, lo scriveva. Il Bracco (…), dice nella sua nota (59) a proposito del Mandelli che la stesura del suo manoscritto sembrerebbe posteriore alla peste del 1656, alla quale vè qualche accenno. Il manoscritto del Mannelli (…), è rimasto inedito ed introvabile per molto tempo. Si tratta di un esemplare proveniente dalla Biblioteca del Museo di San Martino, ms. S. Mart. 371. Il manoscritto del Mannelli viene citato anche dal Pasquale Natella e Paolo Peduto (…) che dice: “Lucania sconosciuta, (ms in Biblioteca Nazionale di Napoli, XVIII, 24 – cc. 47-51).”. Arturo Didier (…), scriveva in proposito: ”la prima storia della Lucania col nome significativo di “Lucania sconosciuta”, scritta da un dianese ecc..ecc..”. La ‘Lucania sconosciuta’ del Mannelli (…), è stata molto rapportata da Costantino Gatta (…), nel suo ‘La Lucania illustrata ecc..’, edita nel 1723, per i tipi di Antonio Abri a Napoli. In seguito, nel 1743, il figlio Giuseppe Gatta (…), pubblicò l’opera postuma del padre, nel suo ‘Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743, dove, nel suo capitolo IV, a p. 292, parlando di Camerota, in proposito alla Molpa, scriveva che: “oltre di ciò è famosa e, chiara per le memorie delli porti di ‘Palinuro’, e delle rovine, del Castello di ‘Molpa’, ricordato da ‘Plinio’ e dall’Alberti’.”. Poi scrive del ‘Monistero dè Cappuccini’, fabbricato in amenissimo sito, donde godonsi le vaghe prospettive del mare ecc..”. Li vicino, infatti vi era il Monastero di S. Iconio, di cui ho già ivi parlato in un altro mio studio. Ecco le due pagine 42r 43v originali ed inedite del manoscritto di Luca Mannelli (…), che riguardano il Cap. X sul “Promontorio di Palinuro e la città di Molpa”. Sulla Molpa scrisse pure Luca Mannelli (…). Ecco le pagine 44v e 45r originali ed inedite, per la prima volta da me pubblicate in un altro mio saggio, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla dell”Anonimo Salernitano’ e di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla ‘Lucania sconosciuta’ sulla Molpa. Ecco le pagine originale ed inedite, per la prima volta da me pubblicate, del manoscritto di Luca Mannelli (…), ‘La Lucania sconosciuta’, cap. X, che ci parla del Malaterra e, di quanto scrisse nel suo manoscritto sulla Molpa: “Palinuro Promontorio, Melfe fiume, terra distrutta, ed altri luoghi convicini Cap. X.”. Qui pubblico le pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v del manoscritto del Mannelli (…), conservato presso la Biblioteca Nazionale “Vittorio Emanuele III” di Napoli, con la segnatura Ms.XVIII.24. Luca Mannelli (…), in proposito così scriveva che: “Ma più divenne famoso poi per aver quindi ricevuto il nome quei gloriosi Romani, ritornati da Ragusa in Italia che quivi dimorando Melfitani e poi Amalfitani con (?) gran potenza furono appellati. Già fu accennato altrove, che questi primitivi dell’antica Patria, per andare a Popolare la nuova Roma, edificata da Costantino, trattenuti dal Naufragio, che gli costrinse a fermarsi in Ragusa, donde dopo cinque anni si rivolsero ritornandosene in Italia, e quivi giunti si risolsero di più non passar oltre, havendosi edificata una Terra, che dal mome di fiume, chiamarono Melphi dicebatur, Palinuri concedisse Melphim edificasse ac Romano nomine relitto Melphitanos uel Amalphitanos dictos. Già di questo discorsi altrove, ma perchè nonostante che sia affermato da molti grandi Scrittori e soprattutto dalla Cronica stessa Amalfitana, pure si trovò sta cennato ingegno, il quale poco prattico d’antichità si sforzò di mostrare, che non da questo Melfi hoggi di picciolo grido ma dalla Città famosa di tal nome presso il Monte Vulturno confine della Lucania verso la Puglia di Amalfitani prendessero le denominate sase mio peso difendere la gloria di questo Melfe, o fiume, o terra presso di Palinuro, potendosi nel vero recare a gran fortuna l’haver dato nome e ricetto ad Hospiti cotanto nobili e degni. Alle invasioni di gente guerriera quivi vi andarono fermandesi perpetua sede adornande quei scoscesi luoghi ecc… che dall’antica patria dissero Melfi, i poi Malfi, e poi Amalfi chiamata. Quindi ordinarono lo Stato ………., fondando quella Repubblica, che poi divenne tanto ricca e potente, poiché ammandandosi sempre nella marittima, erano poderosi nelle Armi e famosi nella mercantia, non meno che nei tempi moderni  gli Olandesi si scorgono ecc….gli Amalfitani ….la gran perizia di essi che ne cantarono Guglielmo Pugliese antico poeta fra quelli di mezza età. E’ dunque da notarsi quanto scrisse l’Anonimo Salernitano Autore non pure veritiere ma vicino di tempo e di loco che gli Amalfitani intorno a di loro origine. Dice dunque egli che curioso di rinvenirla, usò gran diligenza, dimandandone i più saputi di loro, e facendone diligente vicenda nelle antiche scritture, e finalmente ritrovò che in tal mededo avvenisse Patrizi da Roma gl’Imperador Costantino e di Senato e quanto vi era di maestoso in quella gran città …….nella Tracia per fondare su le ruine dell’antica Bisantio una nuova Roma, che dal suo nome Costantinopoli fu detta imbricando e con la nave, e ad esempio altri più degni cittadini di seguirlo. Per questi alcuni imbarcatesi sopra due grossi navigli a quella volta navigarono, ma nel viaggio assaliti da fiera tempesta naufragarono presso Ragusa, ma con tale accanimento che fatta partire dei legni, e robbe, tutte le persone si salutarono. Non havendo dunque modo di ritornare le navi,…………..quivi fermarsi havendo ritrovato modo cortesi ai loro bisogni i Ragusei, che gli donarono quanto loro facevasi di mestiere, nonché luoco per habitarvi. Appresso da esso l’industriarsi i traffici marittimi e con tal fortuna gli esercitarono che in un processo di tempo in odio quella primiera gentilezza, come l’agrandimento di quei forestieri fusse loro perduta, si che non potendo darsene pace, cominciarono ad opprimerli con diverse angherie. Non sopperirono alla lunga i ……….quei maltrattamenti e risoluti quindi partirsi occuparono le Navi de Nimici et Barcatisi le Mogli, et i figliuoli con quanto havevano loro dispetto scilsero dal Porto di Ragusa, e verso Italia dirizzarono le prore, e con felice corso giunsero in queste Spiagie, e ritrovandole vote (vuote) di habitatori vi si fermarono, e dal luoco chiamato Melfi, Melfitani furono appellati essendo sempre per l’odierno detti col nome originario Romani. Insorta poi turbolenze in questi paesi, non poterono più dimorarsi questi sottoposti a diversi insulti laonde quindi dipartirsi  se ne vennero in Ebboli, dove in processo di tempo pure sperimentarono le medesime oppressioni, per lo che ecc……….Facendo ritorno al principio dell’Historia donde la grandezza di rigogliosa Ragusa slicami ha rispostato. Nel ritorno che ferono da Ragusa come pure sognare questo nuovo ritorno, che andassene quei Romani a Melfi di Puglia, essendo questa città lontana più di quaranta dall’adriatico Mare, e molto più dal tirreno …….sbarcarono in qualche riviera di quelle, ma dove e come poterono ritrovare in quelle spiagie tante civette, e bestie da soma per trasportare in si lontano luoco le Mogli et i figliuoli, e le loro case, già dice l’Historico essere partiti da Ragusa Cum Uxoribus et natis comunque super …………………Che cosa fecero dette loro Navi forse le lasciarono in abbandono sarebbe stata follia, poiche con quella per …….dei trafichi si procacciavano il Vitto, e poi furono instromessi di ogni loro grandezza. Non abbandonarono dunque le navi nelle spiagie dell’Adriatico per andare a Melfi di Puglia, che non avevano che fare anzi per segno non vi era come dirò hor hora, ma con quella approdarono al Fiume Melfe della Lucania, e quivi si fermarono attendendo à loro trafichi consueti, havendone già assaggiati gli utili mentre li esercitarono in Ragusa. Dissi che colui il quale sognò l’andata e la dimora di quei Romani a quell’altro Melfi, fuste poco i……..nell’antichità, mentre dimostrerò che tal città non i era ma che molti secoli appresso fù da Normandi edificata, e fatta Regia di tutto il dominio loro so che il Carafa, et altri con lui credessero fusse antica città, mentre scrisse che essendo città naturalmente forte, e ben munita i Normandi la cinsero d’assedio, e finalmente la necessitarono alla resa. Ma di ciò accusar (?) si deve quel Nobile Historico, perché pensò fondassi sopra la Cronica di Montecassino, nella quale si legge di essi Normandi Melphide (?) primitu que caput et janua totiu nidetus Apulie adeunt et sine aligua controversia capiunt. Ma dicesi  dalla Cronica capo, e Posta (?) di Puglia per lo sito, come si vidde perche quindi entravero a fare acquisti si postentesi, havendoni edificato un forte Castello per loro ricovero e sicurezza e poi ampliato in città grandiosa, non già perche ritrovata ui havessero altra habitatione, che un piccolo Borgo fattoni pochi anni addietro da Basilio Imperatore inughito (?) quel sito sorto, et opportuno a dar legge alla Puglia. Di ciò non voglio che ne stiamo alla fede del Volaterano, da chi fu detta Guglielmy cognomento. Veggosi le ruine di Melfe distrutto dai Corsari, come volle Leandro, o pure Belisario, come scrisse il Mazzella, e col nome d’Amalfi vecchio viene sograto da Fabio Magini nella sua Tavola in piano di quella Provincia, nè a me altro resta da dirne, se non che così distrutto, et atterrato, pure dagli Scrittori si ricorda tanto l’essere stata culla del nome Amalfetano, gli tiene fama quantunque Fabio Magini scrivesse Amalfi vecchio di là dal fiume Melfe, vicino il Promontorio Pissunte o di Policastro, del quale si dirà appresso, ma non dobbiamo però noi allontanarsene, mentre gli altri s’accordano in dire che fusse questa Terra presso le ripe del già detto Fiume, dal quale fu denominata. Credesi, che dalle uine di Melfe sorgesse Camerota, Terra assai buona in questa riviera, distante dal fiume Melfe che penserei, che più tosto fusse accresciuta da gli habitatori, che scamparono dalla depredataMelfe, e mel persuade l’antichità di Camerota, havendo da molti inteso essere così antica che non si può rinvenire il principio della sua fondatione, quantunque detta non ne habbia memoria più remota, che dall’anno 1079 in una Bolla di Alfano Arcivescovo di Salerno il quale con autorità del Papa, riergento i Vescovadi in questi paesi già caduti con le primiere Città per l’invasione de Saraceni, determinando le terre, che dovevano soggiacere alla cura del nuovo Vescovo di Policastro già detto Bussento nel secondo luoco nominò Camerota nella parte d’Oriente, dicendo in parte Orientis Omnia Castra cum ipsa Civitate Buxentina que modo Palecastru vocatur, scilicet Castellu de Madelmo Camarota, etc.”.

Mannelli, p. 43v, sul fiume Molpa
Mannelli, p. 44r, su Molpa e le origini di Amalfi
Mannelli, p. 44v, su Molpa
Mannelli, p. 45v, su Amalfi le origini e Molpa
Mannelli, p. 46v, su Molpa ancora e Amalfi
(Fig….) ‘Lucania sconosciuta’, manoscritto inedito di Luca Mannelli (…), Libro II, Capo X, le pagine nn. 43r, 44v, 44r, 45v, 45r, 46v, inedite, per la prima volta pubblicate (Archivio digitale Attanasio)

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…), Fabio Magini e la sua carta geografica “Tavola in piano di quella Provincia”, la Bolla di Alfano I (…), la cronaca del “Volaterano” (…).

Giulio Cesare Capaccio e la Molpa

Sempre l’Antonini (…), a proposito di Molpa, a p. 368, in proposito scriveva che: “‘Giulio Cesare Capaccio’ nella ‘Stor. Napoli. lib. I. cap. 14. pretende togliere dalle parole della ‘Cronaca’ quella di ‘Palinuri’; parola, che  a meraviglia distingue il luogo della nostra Molpa un miglio da Palinuro lontana. Forse non sapea (ma non era tanto dabbene) dove mai fosse stata questa ‘Melpes’ appresso tanti Autori nota, e parvegli dover credere che fosse Melfi à confini con la Puglia, senza considerare che questa è mediterranea, e vi volea tutto il valore degli Argonauti per prtare le navi colà;….”. Riguardo questo autore citato dall’Antonini, Guilio Cesare Capaccio (…), pare che l’opera sua a cui si riferisca l’Antonini sia “Neapolitana Historia”. Giulio Cesare Capaccio (…), nel 1771 pubblicò il testo a stampa di “HIstoria Neapolitana” e ho visto che parla della fondazione di Amalfi nel cap. XIII a p. 150 del libro II:

Capaccio, p. 150, lib. II

Il Troyli e la Molpa

Mons. Troyli, insieme al barone Antonini furono tra i primi a comporre una storia strutturata dei nostri luoghi. Il Troyli (…), nel suo “Istoria generale del Reame di Napoli, ecc…”, parla dei nostri luoghi nel Tomo (Vol.) I, Parte II, cap. VI, da p. 129 e s.: “De Luoghi primarj dell’antica Lucania”, dove ci parla di Pesto, Velia e Bussento (vol. I, parte II, p. 135):

Troyli, p. 135.PNG
(Fig…) Troyli (…), vol. I, parte II , p. 135

Boregana e S. Serio, casali della Molpa, nella carta inedita e nel Tavolario Valente

Sempre nella carta in questione (…), sotto il casale di Centola posta più in alto, si possono vedere i casali, posti più in basso, di “Buragano”, che doveva essere un piccolo casale di Molpa o di Centola. Forse il toponimo Buragano, vorrebbe indicare un luogo abitato (si vedono disegnate edifici, con il colore rosso). Su questo toponimo, segnato nella carta in questione, possiamo dire che l’Antonini (…), lo cita, chiamandolo a p. 375: “Boregana”. Riguardo il casale di S. Serio, casale della Molpa, Pietro Ebner (…), nel suo ‘Storia di un feudo del mezzogiorno – La Baronia di Novi’, a p. 42, parlando della diminuzione focatica (delle famiglie), nel basso Cilento, e dai primi censimenti Aragonesi, nella sua nota (22), postillava che: “V. a p. XI sg., sempre il Silvestri, sulla diminuzione della popolazione dei casal di S. Marina di Policastro (a. 1480), di S. Giovanni a Piro (a. 1482) e S. Serio (a. 1484), cioè l’antica Molpa, che chiedeva al re la completa  esenzione essendosi il casale ridotto ad appena 6 famiglie viventi in “pagliare”.”. Ebner (…), nella sua nota (22) di p. 42, si riferiva ad Alfonso Silvestri (…), La popolazione del Cilento nel 1489, Salerno, 1956. Alcuni dei toponimi che ivi possiamo leggervi e che sono ivi riportati, sono stati citati dall’Antonini e dal Gatta, quando ci parlano della Molpa ed infatti, Pietro Ebner (…), a p. 172, parafrasando l’Antonini, nella sua nota (12), postillava sulla ‘Cronaca di S. Mercurio’, scriveva che: “L’Antonini (p. 375) attribuisce a Molpa tre casali (S. Serio, Boregana e Castelluccio) e forse ancora un altro (Trivento), di cui non vi è altra notizia che quella citata dall’Antonini del 1546 (tavola Valente, f. 215, del processo innanzi al SRC tra Anonio Caracciolo e i suoi Creditori).”.

Postille di Antonini, p. 375
L’Antonini (…), a p. 375, parte II, II° edizione della ‘La Lucania’

L’Antonini (…), a p. 375, riguardo questi luoghi, nella sua nota (2), postillava che: “Questi casali erano S. Serio, Busagano, Castelluccio, siccome vedesi dalla relazione che ne fa nel MCXLVI (1146) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”. Sul Tavolario Valente, citato dall’Antonini, si veda la nostra nota (…). Anche il toponimo indicato “ruine di Melpi”, è indicato con un gruppo di edifici, disegnati con il colore rosso. Inoltre, questo toponimo è posto tra i due fiumi che poi vanno a sfociare verso l’attuale sito chiamato Arco Naturale che si trova sulla vicina fascia costiera del Mingardo. I due fiumi indicati nella carta, vengono indicati con i nomi di “Fiume Mingardo”, a oriente, mentre vicino ad Occidente, vediamo il fiume che scende da Centola e da “Buragano”: il fiume detto “la Melpa f.”, che stà per fiume Melpa. Il fiume Melpa, l’attuale fiume Lambro, nella carta illustrata, costeggia la collina di “Trivento”, che si estende con il suo promontorio verso l’attuale “Piano Faracchio”, ovvero verso la punta del promontorio che si conclude oggi con la Stazione Meteorologica di Palinuro.E’ da notare che nella carta in questione, lo scoglio del Coniglio è chiamato “la Gaisella”, mentre il seno dove sfociano i due fiumi Lambro e Mingaro è detto: “Il Porto di Molpa”. Riguardo questo fiume, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, a p. 353, in proposito scriveva che: “Ma per andar da Centola al porto di Palinuro, che n’è lontano presso a tre miglia, convien passare il fiume Melpi, che oltre di questo nome, e quello di Rubicante, n’ebbe ancora altri simili, come si può vedere nell”Italia antica’ di Cluverio, il quale scrive: Post Palinurum sequitur Melphes flumen, vulgo nunc Molfa, & Melfa (I), & idem Molpa, & Malpa adcolis dictum; oggi ritiene solamente quello di Molpa, affatto non conosciuti gli altri. Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII, Maugerio fa al Monistero di Montecassino della Chiesa di Sossio. Ha questo fiume, siccome si disse nel ‘Discorso precedente’, sua prima, e maggiore origine nella montagna di Lagorosso; ed accresciuto coll’acque, che calano dall’Antilia, e dalle colline degli Eremiti, e S. Nazario, mettendosi al piano, va ad Occidente della Molpa nel suo seno a scaricarli. “. L’Antonini, a p. 353, nella sua nota (I), postillava che di questo fiume ne parlava anche Plinio (…), Mario Nigro (…) e, il Gatta (…). Nella carta in questione, possiamo leggere sul promontorio della Molpa, un toponimo interessante, scritto “Sepolchro” o “Sepolcreto”. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, dopo aver parlato e descritto alcune cale e grotte poste lungo la costa del promontorio della Molpa, a p. 365, ci parla di essa ed in proposito scriveva che: “Lontano dal già descritto basso porto di Palinuro, verso mezzogiorno per terra camminando quasi un miglio (poichè per mare è due volte tanto) sta il seno del mare, detto della ‘Molpa’, posto fra due fiumi, il Melpi, o Rubicante ad occidente, da ‘Plinio’ nel cap. 5. nel lib. 3 chiamato Melphes (I), e Mengardo, o Menicardo ad oriente, che nel seno stesso si scaricano: seno, che nè remoti secoli sicurissimo porto esser dovea; e così da Strabone nel ‘principio’ del 6 lib. è chiamato. Fassi qui abbondantissima pesca di alici ecc…che ne prischi secoli fosse stato uno dè porti Velini.”.

LA MOLPA NELL’INDAGINE CARTOGRAFICA E NEI GEOGRAFI

Urb.gr.82,
(Fig…..) Particolare delle coste meridionali dell’Italia nel Codice Urbinate greco 82, il più antico Codice greco conosciuto della ‘Geographia’ di Tolomeo. L’immagine è tratta dalla Biblioteca digitale della Biblioteca Apostolica Vaticana (…).

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(Fig….) L’Italia nel Codice Veneziano Marciano greco 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia (…), particolare delle nostre coste e dei toponimi (Archivio Storico Attanasio)

Cattura
(Fig….) Carta dell’Italia annessa al codice greco Conventi Soppressi 626 – particolare della carta 66r con le nostre coste e con indicati i toponimi del nostro litorale ed entroterra, citati in greco.

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(Fig….) L’Italia annessa al Codice greco Vaticano Urbinate greco 83 – particolare delle nostre coste e dei toponimi citati

La ‘Molpa’ (“a b u l ì a h “ (Molva), nel più antico libro conosciuto, del 1154, il ‘Libro di Re Ruggero’

Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita alcuni toponimi locali tra cui Molpa, Policastro e il porto Sapri. Rileggendo il testo di al-Idrisi, ci siamo accorti che……………….. Il “Libro di Re Ruggero”, è datato dagli studiosi all’anno 1154 e, descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Fu redatto nel 1154, da al-Idrisi, geografo di re Ruggero II d’Altavilla. Secondo i due studiosi Amari e Schiapparelli (….), il geografo arabo al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo scrive della Molpa, forse del suo porto.

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(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Abbiamo ritenuto di indagare ulteriormente su questa vicenda in quanto crediamo che vadano ulteriormente approfondite alcune fonti e notizie in merito, come ad esempio la citazione di un toponimo arabo che dovrebbe indicare il luogo di Molpa, o un luogo vicino ad esso. Andrebbe ulteriormente indagata la notizia dataci da Amari e Schiapparelli (…), dove nella traduzione dall’arabo del testo scritto del ‘Libro di Re Ruggero’ del 1154, del geografo al-Idrisi (…), scrivono che nel suo libro, il geografo Idrisi, cita anche la Molpa. Secondo i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), al-Idrisi, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo. La notizia, fu data per la prima volta dagli studiosi Pasquale Natella e Paolo Peduto nel loro “Pixous-Policastro” (…), che parlando del Volpe (…) e delle mura di Policastro Bussentino al tempo dei Normanni del Roberto il Guiscardo, confermavano la notizia di solide mura e fortificazioni a Policastro, nel testo scritto in arabo del Libro del Re Ruggero del 1154, che descriveva gli scali marittimi più noti della Sicilia e del Regno Normanno dei primi del secolo XI. Il testo arabo del 1154, del geografo al-Idrisi, cita anche lo scalo marittimo di Molpa. Secondo la traduzione del testo in arabo di al-Idrisi, del 1154, i due studiosi Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’,

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(Fig….) Carta geografica dell’Italia, contenuta nel Libro di Re Ruggero del 1154, di el-Idrisi

Michele Amari e Schiapparelli (…), nel loro ‘L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ compilato da Edrisi’, nel 1876-77, a p. 97, a proposito dei nostri luoghi, dopo aver parlato di Salerno, proseguendo nella sua descrizione geografica dei luoghi e parlando delle nostre coste, nel testo in arabo, a p. 97, parlando del ‘3 scompartimento e del V clima’, scrivevano in proposito che: “Da Castellammare a b u l ì a h (6) (Molva) tredici miglia. A quella volta si…” . Michele Amari e Schiapparelli (…), a p. 96, nella loro nota (6) di pag. 96, postillavano che: “(6) A, fùliah. Nel testo a p. 106 abbiamo m u l ì a h che può, levando un sol punto, cambiarsi in m ù l b a h ossia Molva, oggi Casal di Molva. Ivi il fiume Mingardo è chiamato “fiume di Molva”.”.

Amari e Schiapparelli, p. 96,,,

Amari e Schiapparelli (…), proseguendo il loro racconto a p. 97, scrivevano che: “…dirige il wàdì sant sim.ri (1) (“fiume San Severino”, fiume Mingardo) e là la mette a mare. Da Molva a b.lì qust.rù (Policastro), ecc..”.

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(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), Note bibliografiche al testo di pag. 96

Amari e Schiapparelli (…), a p. 97, nella loro nota (1), postillavano che: “(1)………………………

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(Fig….) Amari e Sciapparelli (…), Note bibliografiche al testo di pag. 97

La ‘Molpa’, nel più antico portolano conosciuto (secolo XIII)

Si tratta del più antico portolano conosciuto, relativo alla totalità del Mediterraneo che sino ad oggi sia stato rinvenuto. Lo studioso medievalista Bacchisio R. Motzo, nella sua opera (Fig…), scriveva in proposito: “Il Compasso de navegare è un’opera italiana composta tra il 1250 e il 1265 all’incirca, in due parti che si completavano a vicenda: il portolano, cioè la guida scritta, per navigare nel Mediterraneo, e la carta nautica del Mediterraneo stesso”. Il Motzo, lo fa risalire alla metà del Duecento sulla base di confronti filologici con altre versioni dello stesso testo  nello stesso periodo della guerra del Vespro e della partecipazione genovese alle operazioni militari (…), infatti, il testo scritto in latino volgare, si apre con l’indicazione: “In nomine Domini Nostri Iesu Christi, amen. Incipit Liber Compassuum MCCLXXXXVI. de mense ianuari fuit inceptum opus istud”. Ma si tratta della data della copia; il testo primitivo del Compasso, secondo il Motzo, sarebbe stato composto quarant’anni prima, esattamente tra il 1250 e il 1265. Rispetto all’originale, il testo presenta tutta una serie di aggiunte minori, di ampliamenti e rifacimenti, oltre a contenere non pochi errori dovuti alla trascuratezza dei successivi copisti e all’aver in più la descrizione delle coste del Mar Nero. Recentemente, ho potuto esaminare de visu l’opera originale medievale annessa al Codice Hamilton 396, (Fig….), conservata alla Biblioteca Municipale di Berlino e, quì riportiamo la pagina 17r del testo medievale (che riguarda le nostre coste), che pubblichiamo le due fotoriproduzioni delle due pagine originali (Fig….) tratte dal Codice Hamilton 396 e, fotografate dalla mia amica fotografa Claudia Obrocki, su cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…). Cosa dice il testo originale medievale delle pagine n. 16r e n. 17r del Codice Hamilton 396 (Figg…..)?. Recentemente la studiosa Alessandra Debanne (…), ha rivisto e tradotto, il testo pubblicato dal Motzo (Fig….), pubblicandolo in un suo testo dove cura la traduzione del testo medievale del Codice Hamilton 396 (Figg…..), del testo scritto originale in una gotica minuscola libraria della fine del secolo XIII. L’immagine di Fig…., illustra la traduzione della pagina n. 17r del ‘Lo Compasso de navegare’ (…): Capo d(e) Mene(r)ba. Primariamente d(e) Menerba a Salerno xxx mil (lara) / p(er) greco verlo levante. De Salerno a lo capo de la Li/cosa l mil(lara) entre mecco dì e sirocco. De Licosa /20/ al capo de Palanua l mil(lara) p(er) sirocco ver lo leva(n)te. / De Palanuda a Panicastro xxv mil (lara) per greco v(er)lo levante. De Panicastro a Scalea xxv mil(lara) per / mecco di ver lo sirocco. Sopre Scalea à I° isola ecc…ecc..” (…, pag. 17r) (Fig….).

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(Fig…..) Codice Hamilton 396 – pagina 16v (‘Lo Compasso de navegare’), anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino (…).

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(Fig….) Codice Hamilton 396, pagina 17 r del ‘Compasso de navegare’, anonimo, gennaio 1296 (originale). Foto di Claudia Obrocki, 2017, su cortese autorizzazione per la pubblicazione delle immagini tratte dalla Handschriftenabteilung della Staatsbibliothek di Berlino.

Strabone geografo e la Molpa

Strabone è stato un noto geografo. Strabone (in greco antico: Στράβων, Strábōn; in latino: Strabo; Amasea, ante 60 a.C. – Amasea ?, tra il 21 e il 24 d.C.) è stato un geografo, storico e filosofo greco antico. La Geografia (Γεωγραφικά) in 17 libri inizia con un’introduzione, nei libri I e II, in cui Strabone vuole dimostrare che Eratostene ha avuto torto a invalidare l’opera di Omero dal punto di vista geografico. I libri dal III al X descrivono l’Europa, e più in particolare la Grecia antica (libri VIII-X), mentre i libri dall’XI al XVI descrivono l’Asia Minore e il libro XVII si occupa dell’Africa (Egitto e Libia). Se la sua opera, che è il trattato geografico più ampio dell’antichità, riprende talvolta testi di diversi secoli più antichi del suo, tuttavia la sua conoscenza del diritto romano applicato nelle varie città ne fa una fonte essenziale per la conoscenza dell’inizio della romanizzazione in Gallia e nella Penisola iberica, che mostra, soprattutto nei libri III e IV, come a seguito dell’acculturazione graduale delle popolazioni, si stesse sviluppando in queste regioni una nuova, specifica cultura. A differenza della geografia tolemaica, improntata su uno studio ed una analisi più rigidamente matematiche, la Geografia di Strabone presenta un impianto più storico-antropologico. Strabone ci parla del promontorio di Palinuro nel libro VI del volume III,

Strabone

Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Rocco Gaetani a p. 11,dissertando su quanto sosteneva Mons. Nicolaio (…), sulle origini di molpa e di Pisciotta, in proposito, riferendosi a Strabone scriveva che: “Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”. Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 369-370-371 ecc. parla di Bussento, di Molpa, di Pisciotta ecc.. dissertando su ciò che scriveva in proposito l’Antonini e sul passo di Strabone:

Romanelli, su Mlpa, p. 369

Pomponio Mela e la Molpa

Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, pubblicato a Napoli nel 1815, a p. 86, in proposito scriveva che: “In questo medesimo significato fu descritto questo promontorio da Mela (1): ‘Buxentum, Velia, Palinurus, olim Phrygii governatoris, nunc loci nomen’, quantunque sul lato de Bruzi dopo Bussento descriver doveva Palinuro, e non già Velia. Lo stesso fu ipetuto da Solino. ecc..”. Fernando La Greca che ha curato nel 2000, la ristampa del Romanelli (…), nella sua nota (1), postillava che: “(1) Mela, lib. II, de Ital. (II, 4, 69).”. Pomponio Mela (…), scrisse ‘De Chorographia’ (Descrizione dei luoghi) e, ‘Cosmographia’ (Descrizione del mondo), ovvero anche ‘De situ orbis’ (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV, di Buxentum e di Molpa.

Nel 1588, la Molpa in Leandro Alberti

Come possiamo leggere nella mia trascrizione delle pagine del manoscritto di Luca Mannelli o Mandelli (…) in cui egli parla di Molpa e della città di Melfe, di cui mi scuso per eventuali omissioni o errori (alcuni termini non sono ben comprensibili), egli cita alcuni autori come il Carafa (…), la cronaca Amalfitana (…), la cronaca di Montecassino (…), la cronaca di Guglielmo di Puglia (Guglielmo di Aix) (…), Leandro Alberti (…). Su Leandro Alberti ha scritto pure Rocco Gaetani (…) che confutava ciò che egli aveva scritto su Bussento. Singolare è ciò che scrive Saverio Gatta (…), figlio di Costantino che nel 1732 pubblicò postumo “Memorie topografiche storiche della Provincia di Lucania” del padre Costantino. Il Gatta, figlio a p. 290, nel cap. IV: “Della Terra di Camerota, ed altre memorie”, solo in questo caso accenna al “Castello della Molpa” e, parlando di Velia e dell’adorazione di Cerere, in proposito scriveva di Camerota e diceva che: “In qual tempo caduta ella fusse dalle antiche grandezze, ……egli è involto fra oscure tenebre della dimenticanza. E’ probabile però che dalle di lei rovine, surte fussero le vicine Castella, spezialmente ‘Camerota’, Terra assai ragguardevole ……: ed oltre di ciò è famosa, e chiara per le memorie delli porti di ‘Palinuro’, e delle rovine, del Castello di ‘Molpa’, ricordato da Plinio e dall”Alberti’.”. Dunque, secondo il Gatta, il castello di Molpa era ricordato da Plinio e dall’Alberti. Rocco Gaetani (…) a p. 11, riferendosi a Bussento, in proposito scriveva che: “…………………..”. Il Nicolao (…), parlando di Pisciotta e di Bussento scriveva che: “…..Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Dunque, la leggenda della Ninfa di Palinuro deriva da una citazione di Plinio. Plinio il giovane o Plinio il vecchio ?. Leandro Alberti (…), nella sua opera “Descrittione di tutta Italia di F. Leandro ALberti, Bolognese”, pubblicato nel 1588. L’Alberti parla dei luoghi della ‘Basilicata’, a pp. 198-199, parla delle Isole delle Sirene (Leucosia), Velia (Heiela), Isole Enotrie, Pisciotta, Capo Palinuro, Molfa, ecc..

Alberti Leandro, p. 198
Alberti Leandro, p. 199
Alberti Leandro, p. 199,,,
(Fig….) Alberti Leandro (…), 1588, op. cit., pp. 198-199

La Molpa per il Merola

Poi l’Antonini (…), a p. 367, parlando della Molpa citava che il Merola (…) e dice che egli ne parlava correttamente. L’Antonini a p. 367 scriveva che: “‘Merola’ è stato esatto in descrivere il sito di questa Città (2), e l’ha chiamata Molfa, dicendo: ‘Post Palinuri promontorium in monte, qui mari imminet, ruinae conspiciuntur Oppidi Malphae a praedonibus subversi ad Melphim fluvium praeterfluentem’.”.

La città di ‘Bussento’ secondo il Cluverio e l’Antonini

Riguardo la Molpa, il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, “Discorso VII”, a p. 353 parla del capitolo intotolato “Di Palinuro, e della Molpa”, e p. 366, in proposito scriveva che: “..oggi ritiene solamente quello di Molpa: dico dopo i primi tempi, perchè l’antico suo nome fu quello di Bussento, come dirassi. Cluverio già citato nel 4. dell’Italia Antica fa di alcuni di questi nomi menzione; ma ci aggiunge tali cose (sia con buona pace di lui che han bisogno di esser corrette da chi è pratico dè luoghi, e il mostreremo da quì a poco facendo parola di Bussento.”. Sempre il barone Giuseppe Antonini (…) ed il nipote Mazzarella Farao, nella parte II, a p. 367, del Discorso VII, in proposito alla città scomparsa di Molpa, scriveva che ne parlava anche il monaco di S. Mercurio, e dopo aggiunge che: “….ma io mi contenterò meglio confessare di non sapere l’origine di cotal nome, che prenderlo da favole, o da storie niente quì confacenti; tanto più che ‘l nome di Molpa l’è venuto dopodicchè andò in dimenticanza l’antico verace di Bussento.”. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 92, in proposito scriveva che: “Altra più speciosa opinione ci presentò l’Antonini (1), dopo di aver censurato il Cluverio, e qualche altro. Questo autore credette assolutamente, che ‘Pyxus’ città fosse nel sito della distrutta città di Molpa, di cui abbiam parlato ecc..”. L’Antonini (…), disconoscendo ciò che affermavano il Cluverio (…) e, l’Olstenio (…), che indicavano la colonia sibaritica di ‘Pyxous’ e poi Buxenum nell’attuale Policastro, credeva che ‘Bussento’ fosse nel luogo della Molpa. Il Cluverio (…), verrà censurato dall’Antonini, per alcuni suoi errori. Filippo Cluverio (…), ci parla della Molpa, nel suo “Italia antiqua”, lib. IV, cap. 14. Ciò che scrisse Filippo Cluverio (…), fu riveduto dall’Olstenio (…), nelle sue “Note all’Italia Antiqua del Cluverio”, del 16…..L’Antonini (…), nella sua “Lucania” a pp. 330 e ss. parlando di Pisciotta dice alcune cose sia su Pisciotta che sulla Molpa:

Pisciotta, da Antonini, p. 330
Pisciotta da Antonini, p. 331
Pisciotta da Antonini, p. 332

Molpa e Bussento secondo Filippo Cluverio

Un altro erudito del tempo che a metà del ‘600 scrisse un’opera rimasta immemorabile è Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver. Si tratta dell‘”Italia antiqua”, pubblicata postuma nel 1624 dal nipote (…). Filippo Cluveri, a p. 1263 del Libro IIII, ci parla di ‘Buxentum’. Ciò che scrive il Cluverio su Bussento a pagina 1263 nella sua ‘Italia antiqua’ (…), è scritto in latino e si vede nell’immagine che quì pubblichiamo (Figg….). Nel 1624 e poi pure nel 1666, l’olandese Luca Olstenio o Holstenii o Holstenius, pubblicò il testo detto comunemente “Note  all’Italia antiqua di Cluverio” ma il suo vero titolo è  “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..” (….), l’opera che l’Antonini (…) riferisce e chiama “Geografia Sacra di Carlo di s. Paolo”. L’Olstenio, nell’edizione del 1624,  pp. 266-267-288 parla e commenta le pagine 1260, Lin. 10, Lin. 12 su Pisciotta ecc.. e, Lin. 36 su Capo della Foresta del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua.

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(Figg….) Filippo Cluveri (o), ‘Italia antiqua’, 1624, p. 1263 (…).

Il promontorio e la città scomparsa della Molpa secondo Luca Holstenio

Nel 1624 e poi pure nel 1666, l’olandese Luca Olstenio o Holstenii o Holstenius, pubblicò il testo detto comunemente “Note  all’Italia antiqua di Cluverio” ma il suo vero titolo è  “Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc..” (….), l’opera che l’Antonini (…) riferisce e chiama “Geografia Sacra di Carlo di s. Paolo“. L’Olstenio, nell’edizione del 1624,  pp. 266-267-288 parla e commenta le pagine 1260, Lin. 10, Lin. 12 su Pisciotta ecc.. e, Lin. 36 su Capo della Foresta del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua.

Olstenio, Pisciotta, p. 266
Olstenio, pisciotta, p. 287

Il promontorio e la città sepolta della Molpa secondo Domenico Romanelli

Domenico Romanelli (…), nel 1815, pubblicò la sua “Antica topografia istorica del Regno di Napoli”, dove nella Parte I, Sezione III, vol. I, da pp. 311-439 dedica alla Lucania. Il volume del Romanelli è stato poi ripubblicato da Fernando La Greca (…). Il Romanelli, a pp. 369-370-371 ecc. parla di Bussento, di Molpa, di Pisciotta ecc.. dissertando su ciò che scriveva in proposito l’Antonini.

Romanelli, su Molpa, p. 368
Romanelli, su Mlpa, p. 369
Romanelli, su Bussento e Molpa, p. 370
Romanelli, su Pisciotta e Bussento, p. 371

La Città della Molpa

Dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), la tribù barbara degli Ostrogoti occupò gran parte dell’Italia del Sud, compresa la città della Molpa. La tradizione vuole che la sua origine risalga all’epoca del primo saccheggio di Molpa (una cittadella scomparsa sul promontorio della Molpa), nel 554 d.C. ad opera dei Goti, durante la guerra gotico-bizantina. L’imperatore Giustiniano d’Oriente, rimasto l’unico padrone dell’Impero Romano, per scacciarli inviò in Italia il generale Belisario. Così, nel 547, Belisario, con lo scopo di liberare la Molpa dagli Ostrogoti, saccheggiò e incendiò la città, distruggendola e costringendo i superstiti alla fuga. Alcuni dei superstiti, in numero di cento, raggiunsero le colline e si stabilirono ai piedi della montagna delle ‘Fontanelle’, in un posto riparato e sicuro, detto ‘Vallone’. In epoca medioevale ha inizio la decadenza di Molpa. La città fu presa prima dagli Ostrogoti e poi, nel corso della guerra gotica (535-553), fu distrutta nel 547 da Belisario, generale bizantino. I superstiti si rifugiarono presso vari monasteri dei dintorni, concorrendo alla fondazione di alcuni paesini tuttora esistenti, tra cui Centola. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi. Nel corso del XII secolo a Molpa fu edificata la chiesa di San Giuliano, di cui ancora oggi restano alcuni ruderi. Da essi si deduce trattarsi di una chiesa bizantina, a pianta quadrata con abside tricora, probabilmente edificata dai monaci basiliani, che scacciati agli inizi dell’VIII secolo dall’Epiro dalla furia delle lotte iconoclaste, trovarono rifugio in Cilento accolti dai Longobardi. I Normanni amministrarono il territorio fino al 1189. A partire da questo anno e fino al 1268 fu sotto la giurisdizione degli Svevi, a cui succedettero gli Angioini fino al 1435. Gli Angioini potenziarono ulteriormente le fortificazioni che formava con i castelli di Palinuro e di San Severino una cinta difensiva che si rivelò di importanza vitale nella guerra contro gli Aragonesi. Le difese però non resistettero all’invasione dei pirati Saraceni, noti come Corsari d’Africa, che all’alba dell’11 giugno 1464 la rasero al suolo, facendo schiava la sua gente (coloro che riuscirono a fuggire trovarono rifugiò nell’entroterra ed in particolare a Centola ed a Pisciotta) e decretando per sempre la fine dell’abitato di Molpa. Domenico Romanelli (…), nel suo ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino’, nel 18…., a p. 90, parlando di “20 – Melphes fluvius” (fiume Melpi, fiume Lambro), in proposito scriveva che: “Nasce questo fiume da una montagna due miglia al di là da ‘Cuccaro’, detto ‘Lagorosso’, …., donde il fiume con altre termine fu detto ancora ‘Rubicante’. Quindi ingrossato da altre acque si scarica in un piccolo seno, che anche di Molpa ritiene il nome. Qui nè passati tempi sopra un’erta collina si alzò una città collo stesso nome, di cui restano molti avanzi. Varie notizie ne leggiamo negli autori, e nelle cronicche dè bassi tempi, e specialmente in Malaterra, e, nell’Anonimo Salernitano. L’Antonini ha preteso provare che qui nei prischi tempi fosse qui situato ‘Bussento’, cambiato poi in Molpa, o Melope, ma quanto sia errata questa opinione sarà nel seguente articolo discusso.”. Dunque per il Romanelli, si riferiva a questa città di Molpa, la città sorta sorta un’erta collina nel mezzo del seno del fiume Lambro, allora detto Melphes e poi Rubicante, quando cita due episodi raccontati dal cronista normanno Goffredo Malaterra e dal cronista detto Anonimo Salernitano. Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421);…. Nel borgo nacque l’Imperatore Massimiliano e suo figlio Massenzio; Livio Severo (461-465) vi possedeva una villa; la roccaforte tenuta dai Goti, fu distrutta da Belisario nel 547 virca sebbene la città fosse colonia greca, ecc..”, di cui parleremo in seguito. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Francesco Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: “donde dii esso sorge un’altra rupe, o sia eminenza, la quale da tre parti inaccessibile, solamente dalla banda di tramontana vi si può montare, e con difficoltà ancora, ed ha sulla cima un falso piano non molto ampio; sulla fine del quale trovasi una piccola sorgiva di acqua dolce, la quale se fosse ben tenuta, potrebbe per numero di gente bastare. Quì era fabbricata la Città, e l’immensa quantità di grossi mattoni, onde quel piano è coverto, colle vestigia di antiche fabbriche, fa vedere, che tutto era abitazione; solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto. Come non aveva il luogo da tre parti bisogno alcuno di mura, per essere straripevoli, ed inaccessibili, così solamente da tramontana si trovano le muraglie di antichissima fabbrica da parte di in parte guaste, ed interrotte. Il sito non può esser ne più bello, nè di migliore aria, perchè da ogni parte ventilato; e sebbene abbia da oriente il fiume Mengardo, e da occidente il Melpi; essendo però ambedue di correnti limpide acque, non potranno mai fare il luogo malsano. A mezzogiorno tiene, come una deliziosissima conca, il ià descritto seno, e da tramontana gode, la veduta di lontane montagne; eppure con tutto ciò non si è trovato dopo l’ultima sua desolazione, chi si fusse arrisciato ad abitarla, per lo già sperimentato pericolo delli corsari. Dopo i primi tempi, fu la Città chiamata Malfa, Melfa, Melpi, e fino (I) Melope; oggi ritiene solamente quello di Molpa.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Nicola Corcia (…), a p. 59, in proposito scriveva che: “Delle vicende di questa città nè tempi posteriori tornerà altrove il discorso; ora dico soltanto che nel fondo del seno che dalla città stessa prese il nome di ‘Molpa’, sorge un’altra rupe, appena accessibile all’oriente, che in sulla cima ha un falso piano, sul quale la città era posta. Ivi se ne veggono i pochi ruderi con gli avanzi di un portico, del quale si chiusero poi gli archi per farne un recinto che dicesi il ‘Castello’. Essendo il luogo, naturalmente fortificato, soltanto dalla parte di tramontana era difeso da muraglie di antichissima costruzione, che in parte or si veggono abbattute ed interrotte (2). Dopo il fiume Melpi e all’occidente del castello della Molpa, più copioso di acque mette foce nel mare a non molta distanza il ‘Mingardo’.”. Il Corcia (…), nel suo vol. III, a p. 59, nella sua nota (2), postillava che: “(2) Antonini, op. cit., t. I, p. 366.”. Secondo Francesco Barra (…), nel suo ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017, a pp. 18-19 in proposito alla città della Molpa scriveva che: “Il sito della Molpa era invece probabilmente al di là dell’omonima collina, ai margini della piana, là dove, del resto, la pone la Mappa Aragonese, e più precisamente nella località indicata dalla platea del 1666 come “il Pedale della Molpa”, località che aveva “da sopra la stessa Molpa, da sotto la piana”. Il toponimo – confermato dal catasto onciario del 1753 – , che deriva dal latino “ad pedem”, indica una fascia collinare, posta in posizione più elevata rispetto alla Piana e alle falde della collina della Molpa (15).“. Il Barra a p. 19 nella sua nota (15) postillava che: “(15) La platea distingue inoltre chiaramente “il poggio della Molpa, vicino il Castello di detta Molpa”. Il catasto onciario del 1753 riporta anch’esso il toponimo “Pedali della Molpa”, ai quali affianca pure quelli di “Coste della Molpa e Scrupula” e “Soscella della Molpa”. Quest’ultimo rivela la coltivazione, tipicamente mediterranea, delle “sciuscelle”, termine dialettale che indica il frutto del carrubo.”.

La Molpa e Bussento per Rocco Gaetani

Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani.

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Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527).

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Rocco Gaetani a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “Carlo Stefano nel suo ‘Dizionario – storico – gografico – politico’ diè vita agli errori del bizantino ed aggiunse di più essere il Bussento un paese nel seno di Posidonia, ed un paese della Lucania ad ‘Laum fluvium; (3) il Valaterrano nei ‘Commentari delle città’ lo stabilì fra Squillace e Metaponto; (4) Balbo e con lui Frontino nell’opera ‘De coloniis’ l’assegnò fra i Bruzii; ed a farla breve il Nicolao sostenne che il Bussento fosse Pisciotta, e lo storico Giuseppe Antonini volendo dar termine ad ogni quistione chiamò fuori di ogni opinione, ricercando il Bussento colà ove sono le rovine dell’antica Molpe, città della Lucania. Ai primi, l’abbaglio dei quali è troppo manifesto, non rispondiamo, agli ultimi due, al Nicolao cioè ed all’Antonini con rispettosa critica dimostreremo che il Bussento, senza altro, bisognava investigarlo nel nostro Policastro, che tuttora si distingue con l’aggiunto di ‘Bussentino’ e che i vescovi policastrensi sono leggittimi successori dei vescovi bussentini. In prima, per qual ragione il Nicolao ricercò in Pisciotta l’antico Bussento ? (5). La ragione è nota per sè: perchè appartenendo Pisciotta alla sede di Capaccio-Vallo, la Chiesa Bussentina non sarebbe più quella dell’odierna Policastro, bensì una sede distrutta ed annessa alla Caputaquense di cui il Nicolao era vescovo. (6) Ma si può in Pisciotta ricercare il Bussento ? Non lo credo. Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”. Il Nicolao, scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”.

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(Fig….) Gaetani Rocco (…), op. cit., pp……..

Mannelli, su Pisciotta, p. 41r
Mannelli, su Pisciotta, p. 42v

(Fig…) Mannelli Luca, op. cit., cap. VIII, su Pisciotta, pp. 41r e 42v

Infatti, Scipione Mazzella Napolitano (…), nel suo ‘Descrizione del Regno di Napoli’, del 1601, scriveva che a Camerota, i fuochi erano 183 e che molti volevano che Camerota fosse nata dalle origini di Molpa ed in proposito a p. 73, scriveva che:  “Scorgesi poi sopra un’alto monte Cammerota piccola terra, edificata (come dicono alcuni) dalle reliquie dell’antica Molpa, che poco discosto lì stà. Alquante miglia poi camminando si vede Roccagloriosa ecc…”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche. I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto. Ma proprio qui, in una villa….proprio qui si vuole che venisse a cercare riposo Massimiliano Erculio, padre di Massenzio. La solennità del paesaggio poteva anche allora apparire ben degna di offrire un tranquillo soggiorno ad un Imperatore rinunciatario.”.

Il castello della Molpa

Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, scriveva che: “Castello della molpa: sul colle omonimo a est del fiume Lambro.“. Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, da p. 366, in proposito scriveva che: “solamente verso settentrione trovasi ancora in piedi un portico di antica struttura cogli archi chiusi modernamente, per farne un ricovero; e perciò chiamasi il Castello, che moltissime miglia da dentro terra si vede per l’altezza, in cui è posto.”. L’Antonini (…), a p. 366, nella sua nota (I), postillava che: “(I) Nel Registro del P. Borrelli è chiamato Melope, allorchè Carlo I d’Angiò toglie a Gil de Blemur il suo Castello, ed anche Camerota, fuorchè i suoi molini.”. Cosimo De Giorgi (…), in proposito, parlando del fiume Lambro, scriveva che:  “Da questo punto fino al mare scorre nella direzione di tramontana a mezzogiorno, parallelo al corso del Mingardo, tra colline ecc., rasenta le falde della collina denominata ‘Saline di Orlando’. Nel mezzo di questa pianura e in riva al mare si erge, a mò di cono un colle isolato sul quale torreggiano gli ultimi ruderi del ‘Castello di Molpa’.

Pisciotta, casale di Molpa

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Mons. Francesco Nicolaio (…), vescovo di Capaccio, nel suo “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore”, scrisse di Pisciotta e della Molpa. Il Nicolao (o Nicolaio) (…), scriveva: “Buxentum Romanorum Colonia, et Sedes Episcopalis; eiusque situs melius statuitur in loco, ubi nunc Pixuntum , vulgo Pisciotta, Diocesis Caputaquensis, quam in eo ubi Sedes Policastrensis, cum evincit nominis analogia, cum libera Y apud  Latinos mutatur in V, ut ex antiquis Geographis, qui Buxentum derivant a buxorum copia, quae ibi habetur, cui sufragantur recentiores. Tandem quia magis consonant cum epistola s. Pontificis (Gregorii Magni), dum Felici de Agropoli visitationes Buxentinae Sedis injungit, eam asseruit esse in vicino Agropolitanae. Policastrensem vero longius distare, nulli erat dubium, ut ex concordi sensu abbatis a s. Paulo in laudatissimo Geographia Sacrae opere, Lucae Holstenii loco adducto, Philippi Ferrarii v. Buxentum, Leandri Alberti in Italia descript. pag. 198.”. Su questi passi del Nicolaio ci viene incontro l’Antonini (…) che vi dissertò confutando le sue tesi sulle origini di Molpa e di Pisciotta. L’Antonini a p. 331, in proposito scriveva che: “Il semplicissimo Monsignor ‘Nicolao’ Vescovo di Capaccio, in una ‘dissertaz.’ che fece ‘de Episcopo Visitatore fol. IV’ esaminando ‘l’epist. XXIX del ‘lib. II. del Pontefice ‘S. Gregorio’, in cui come si disse, commette a Felice di Agropoli, la cura di Visitar le Chiese, Velina, Blandana e Bussentina (I), suppone, che essendo Pisciotta più di Policastro ad Agropoli vicina, che quella, e non questo fosse il Bussento; tanto più, che in Pisciotta copia grande di bussi si trova, onde gli viene il nome. Non considero il buon Vescovo, che dovendo Felice da Agropoli andare fino a Blanda (che è Maratea) non importava, che per visitar la Chiesa Bussentina, calasse più in Pisciotta, o nel sito fra la molpa, e Camerota, o Policastro, ch’erano molto più di Blanda vicini. Ma di grazia, che importava che Bussento lontano, o vicino fosse, quanto se avesse consumato ecc…”.

Pisciotta da Antonini, p. 331

Sulla Molpa e Pisciotta ha scritto anche Luca Mannelli (…) che dovrebbe essere l’autore di un manoscritto inedito conservato alla BNN. Il Mannelli a pp. 41r e 42v riporta alcune interessanti notizie su Pisciotta e sulla Molpa. Su questi passi ha scritto pure Rocco Gaetani (…), nel 1882, nel suo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il Gaetani (9), nella sua nota (5), confuta le tesi del Volpi (34), tratte dal saggio del Vescovo di Capaccio Monsignor Francesco Nicolaio o Nicolai Francisci, Il libro di Scipione Maffei, ‘Giornale de’ Letterati d’Italia’, vol. III, p. 527, si parla di un libro del Vescovo di Capaccio Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527).

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Rocco Gaetani a p. 11, riferendosi a Bussento in proposito scriveva che: “….; ed a farla breve il Nicolao sostenne che il Bussento fosse Pisciotta, e lo storico Giuseppe Antonini volendo dar termine ad ogni quistione chiamò fuori di ogni opinione, ricercando il Bussento colà ove sono le rovine dell’antica Molpe, città della Lucania. Ai primi, l’abbaglio dei quali è troppo manifesto, non rispondiamo, agli ultimi due, al Nicolao cioè ed all’Antonini con rispettosa critica dimostreremo che il Bussento, senza altro, bisognava investigarlo nel nostro Policastro, che tuttora si distingue con l’aggiunto di ‘Bussentino’ e che i vescovi policastrensi sono leggittimi successori dei vescovi bussentini. In prima, per qual ragione il Nicolao ricercò in Pisciotta l’antico Bussento ? (5). La ragione è nota per sè: perchè appartenendo Pisciotta alla sede di Capaccio-Vallo, la Chiesa Bussentina non sarebbe più quella dell’odierna Policastro, bensì una sede distrutta ed annessa alla Caputaquense di cui il Nicolao era vescovo. (6) Ma si può in Pisciotta ricercare il Bussento ? Non lo credo. Il viaggiatore di Amasia, che dall’Armenia descrisse insino ai confini della Tirrenia posti dirimpetto alla Sardegna e mosse dall’Eusino a quelli dell’Etiopia, il geografo Strabone, l’autorità del quale in tel genere di cose è superiore ad ogni altra, chiaramente determina il Bussento così: “Al di là del promontorio Palinuro trovasi una rocca, un porto, ed un fiume tutti e tre colli stesso nome di Pixo. Fondatore ne fu Micito principe di Messina nella Sicilia, ma i coloni colà venuti con lui se ne partirono poi di nuovo eccettuati pochi” (segue trascrizione del testo in greco) (9). Si ponga ben mente che il greco scrittore, qui nell’assegnare i confini della Lucania marittima discende dall’occidente all’oriente; dalle foci del Silari vien giù a Poseidonia, all’Isola di Leucosia, al golfo Posidonate, a Velia; ed all’oriente, “appresso, al tergo, dietro” (nel passaggio da un luogo ad un altro, questo significato ha la particella greca ……, usata nel testo) dopo il promontorio, che dal timoniere di Enea “Aeternumque locus Palinuri nomen habebit”, egli il geografo, ritrova il promontorio ‘Pixo’ (…………………………), il porto (…………..), ed il fiume (………….), tutti e tre luoghi omonimi (……………………………); mentre Pisciotta trovasi situata all’occidente di Palinuro, parte opposta del Bussento assegnato tanto precisamente da Strabone, e trovasi in tali circostanze da non poterci in verun modo semplice si fu il Nicolao che si lasciò pigliare dall’apparente ecc…”.

Mannelli, su Pisciotta, p. 41r
Mannelli, su Pisciotta, p. 42v
(Fig…) Mannelli Luca, op. cit., pp. 41r e 42v

La ‘Cronaca’ su Pisciotta del notaio Giovanni Antonio Ferrigno

Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Ebner (…), a p. 318, nella sua nota (7) scriveva che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Riguardo l’antico documento citato da Ebner nella sua nota (7), ovvero il ms. del notaio G.A. Ferillo o Ferrigno, un cronicon sull’origine di Pisciotta, ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”.

Antoni, p. 330

L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Riguardo questo documento o relazione, l’Antonini ne parla anche a p. 348. Pietro Ebner (…), ne accenna anche nel suo ‘Chiesa, baroni e popoli del Cilento’, vol. II, a p. 322 parlando di Pisciotta in proposito scriveva che: “L’Antonini (37) contesta al Gatta ecc…e le rovine di Molpa distrutta nel 1494 dai “Corsari d’Africa”. Allora Pisciotta era, secondo il Ferrino, casale della Molpa e contava pochi abitanti. In località “La Pantana” (un miglio e mezzo dal mare) vi era un tempo (a. 1033) un piccolo monastero con la chiesa di S. Caterina (S. Caterina santa greca) nota come “obedientia Sanctae Caterinae”. L’Ebner a p. 322 nella sua nota (37) postillava che: “(37) Antonini cit. I, p. 300.”. Riguardo la relazione del Ferrino citata dall’Ebner a p. 322, vol. II, sempre parlando di Pisciotta egli a p. 318 nella sua nota (7) postillava che: “(7) In un ms conservato nella Cancelleria del SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7) G. A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ms della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806.

La chiesa di San Giuliano sulla Molpa

Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a pp. 574-575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa o Melpi o Malfa o Melfa o Melopa o Molfa, detta La Molpa seu Valla, nel 1754 vi possiede beni della Chiesa di S. Vito di Camerota (in Catasto Onciario Campania, p. 421)”. Il Di Mauro (…), a p. 569, parlando di Centola, scriveva che: “Chiesa di S. Giuliano, chiesa sulla Molpa, oggi con ruderi evidenti a est della cima; nel 1119 riceve la donazione di un podere dentro le mura della Molpa per le riparazioni necessarie alle mura e per la ricostruzione della dote liturgica a seguito della spoliazione operata dai saraceni nel 1113 circa; fu parrocchia di Pisciotta dal 1639 al 1731, quando fu visitata dal vicario del Vescovo di Capaccio; per questo sorse controversia tra il vescovo di Pisciotta e l’abate di Centola (Cammarano 133, II, 190 e IV, 198-205-209-211-214).”. Il sacerdote Giuseppe Cammarano (…), nella sua ‘Storia di Centola, La Badia di S. Maria’, nel 1933, nel suo Cap. III, del vol. II, ci parla della “Cronica” di Mercurio 1°, e a proposito della Chiesa di S. Giuliano sulla Molpa, scriveva che: “E’ lui ancora che ci fa sapere che ai suoi tempi erano visibili ancora le rovine delle chiese della Molpa, S. Giuliano, S. Andrea e S. Giovanni Battista. E come si fa a dubitare della notizia, quando ancora sono visibili vistosi ruderi della chiesa di S. Giuliano, che fu sede parrocchiale e della quale, purtroppo, in tutti gli scritti su Palinuro, nessuno ha dato il suo contributo storico ed archeologico per uscire almeno dagli steccati che limitano la conoscenza della Molpa ?.”.

Nel 908, Maugerio dona la chiesa ‘Obedientia’ di S. Sossio, nei pressi del fiume “Rubicante” (Melpi), nel luogo detto “S. Sossio”, vicino al “ponte ruinato”

Il barone Giuseppe Antonini (…), nella sua seconda edizione della ‘Lucania’, curata dal nipote Mazzarella Farao, nella Parte II, Discorso VII, a p. 353, in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio.”. L’Antonini, nella sua ‘Lucania’ a p. 353 (II° edizione) parlando di Cuccaro in proposito scriveva che: “Di Cuccaro fan menzione ‘Merula’, e ‘Leandro Alberti’, ma non lo mettono a suo luogo, ed in una donazione del CMVIII (a. 908) fatta da un tal Maugerio al Monistero Cassinese della Chiesa di S. Sossio, è chiamato ‘Cucherus’. Di questa stessa Chiesa, o sia (I) ‘Obedientia’, veggonsi le ruine presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio: queste obedienze si sottrassero poi dalla giurisdizione Cassinense à tempi di Ruggieri, dopo che Guarino, ecc….“. L’Antonini a p. 353, nella sua nota (I) postillava che: “(I) Eran questi luoghi chiamati tal volta ‘Obedientiae’, e talvolta ‘Cellae’. Ecc…Negli ‘Atti di S. Pietro Pappacarbone’, sono generalmente dette ‘Obedientiae’, e così in tutte le scritture di quei tempi, ecc…”. L’Antonini (…), nel vol. I° della sua prima edizione della “Lucania” (a. 1745), a p. 353, parlando di Molpa e Palinuro (cap. VII), in proposito scriveva che: “Del nome di Rubicante trovasi fatta parola nella siffatta donazione, che nell’anno CMVIII Maugerio fa al Monistero di Montecasino della Chiesa di Sossio: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”.

Antonini, p. 353
(Fig….) Antonini (…), op. cit., p. 353

Antonini, p. 342

Dunque, l’Antonini scrive che il fiume detto “Rubicante” è citato in una donazione del 908 fatta da un certo Maugerio all’Abbazia di Montecassino. Dunque, l’Antonini cita questa donazione dell’anno 908. Dunque, l’Antonini assicura di aver letto questa donazione dell’anno 908. Maugerio nel 908 dona al Monastero di Montecassino la chiesa di S. Sossio. L’Antonini dice che in questa donazione è citato “Cucherus”, la chiesa di S. Sossio era una “Obedientiae”e che questa, ai tempi in cui lui scriveva, nel 1745, si vedono i ruderi  “presso al fiume Rubicante, o sia Melpi vicino al ponte ruinato, dove ancor oggi si dice S. Sossio”. E’ proprio alla citazione del fiume “Rubicante” che l’Antonini dice che anticamente il fiume Melpi si chiamava “Rubicante”. L’Antonini a p. 353, nella sua nota (I), postillava che di questo fiume ne parlava anche Plinio (…), Mario Nigro (…) e, il Gatta (…). Su questa antichissima donazione ha scritto pure Pietro Ebner. L’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di ‘Palinuro’ scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “L’Antonini (20) assicura di aver letto una donazione (a. 908) della chiesa di S. Sossio ubicata “juxta pontem Cucheri”, nei pressi del fiume Rubicante (Melpi), di cui non si ha nessun’altra notizia e che perciò lascia piuttosto perplessi.“. Ebner a p. 270, nella sua nota (20) postillava che: “(20) L’Antonini presetto (p. 154) da al fiume Melpi anche il nome di Rubicante, traendone da una donazione di un certo Maugerio nel 908 al Monastero di Montecassino della chiesa di S. Sossio. Il brano della donazione riportata dall’Antonini, peraltro senza utili indicazioni, è il seguente “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam sancti Sossii ad ripas Rubicantis ab Occidente”. A parte che l’Antonini attribuisce tutte le donazioni sempre ed esclusivamente ai monasteri benedettini, di cui manca ogni notizia nel territorio, è il contesto del brano che lascia perplessi sulla sua autenticità e non soltanto per la formula della donazione ‘pro anima’.”. Ebner a p. 270 sbaglia dicendo che l’Antonini riferisce a p. 154 ma è a p. 353 che ne parla. Sempre Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni etc…”, vol. II, a p. 172 parlando della Molpa riferisce di nuovo della citazione dell’Antonini intorno alla donazione di Maugerio e scriveva che: “L’Antonini dice pure di un documento più antico (a. 908) che diceva del Melphes noto come Rubicante e di un naufragio nei pressi ai tempi di re Ruggiero, il quale avrebbe poi raso al suolo le mura per punire la popolazione che aveva osato ribellarsi al feudatario, un nipote del conte Rainolfo (15). Certo è che sulla collina della Molpa vi era un ‘castrum’ distrutto dai saraceni (16) ecc…”. Ebner a p. 173 nella sua nota (15) postillava in proposito che: “(15) Antonini, cit., p. 374. L’Antonini (p. 354) dice pure di una donazione (a. 908) di un tal Mangerio “al Monistero di Montecassino della chiesa di S. Sossio”, di cui riporta un brano: “Dono ad remissionem peccatorum anima mea, et patre meo, et uxore mea Ecclesiam Sancti Sosi ad ripas Rubicantis juxta pontem Cucheri……..Cum terris modiorum fex, quae finitur ipso Rubicante ab Occidente etc..”. Documento assai dubbio.”.

Nicola Mariconda dona al fratello Giustino

Su questa antichissima donazione ha scritto pure Pietro Ebner. L’Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, vol. II, a p. 270 parlando di Palinuro scriveva in proposito alle antiche donazioni citate dall’Antonini che: “Un documento sicuro è invece l’inedito M 37 dell’Archivio Cavense (21), con il quale Nicola detto Mariconda, donò al proprio fratello Giustino, monaco cavense e priore della chiesa di S. Maria de Dommo di Salerno “integram medietatem” del diritto di pesca di aguglie e delle fosse marine nel tratto Salerno-Palinuro. Del territorio furono feudatari i signori di Pisciotta (v).”. Pietro Ebner scriveva che l’Antonini parlava a p. 154 ma sbagliava perchè è p. 353, I° edizione, 1745, nel cap. VII. Sempre l’Ebner a p. 271 nella sua nota (21) postillava che: “(21) I, ABC, M 37, settembre anno 1238, XII, Salerno. Nella chiesa di S. Maria de Dommo, presente l’Abate cavense Leonardo e innanzi al giudice Matteo, Nicola, detto Mariconda, figlio del fu Pietro, pure detto Mariconda, ecc…” :

Ebner, vol. II, p. 271


Centola

Dal numero dei fuggitivi che diedero vita al nuovo nucleo abitativo, questo luogo fu chiamato ‘Centula’. Centola nacque sotto la dominazione bizantina di Giustiniano ma, dopo appena undici anni, passò sotto la dominazione longobarda; vide poi susseguirsi le dominazioni dei Normanni, degli Svevi, degli Angioini, degli Aragonesi, degli Spagnoli e dei Borboni. L’Antonini (…), vuole che dopo la prima distruzione di una cittadella sulla collina di ‘Molpa’, i superstiti, rifugiandosi sulle colline più a monte, dove oggi si trova l’odierno paesino di Centola. Pietro Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, baroni  popoli nel Cilento’, a p. 704 del vol. I, parlando di Centola, scriveva che: “‘Centula’, ‘Centola’. Casale di S. Severino di Camerota fino al 1529, secondo l’Antonini.”. Centola è ubicata dall’Antonini su una collina e fino al 1529 fu casale di Sanseverino, feudo smembrato dopo l’ultima distruzione di Molpa (1464) e, poi dei Pappacoda, che la governarono col titolo di Principi. Nel 1745, Giuseppe Antonini (…), nella sua opera ‘Lucania’, nella Parte II, nel ‘Discorso VI’, parlando “de’ luoghi, che sono intorno al fiume Melpi”, da pp. 347 e s., ci parla di Centola e a p. 348, in proposito scriveva che: “Due miglia da quì, camminando a Mezzogiorno, si trova Centola posta per lungo sopra la collina, che la manca sovrasta al Melpi. Dicono, che questo paese fosse così detto da un Centurione, che con cento uomini vi si fosse andato a stabilire dopo la prima ruina della Molpa a tempo di Belisario. Io non volendo pregiudicarla nella sua antichità, ne toglierne questo pregio, intera, e salva cotale opinione lascio a chi vorrà tenerla, però per non far torto alla verità, convien dire, che il luogo fin dall’anno MDXXIX era Casale di S. Severino, ma smembrato in quanto alla giurisdizione, e credo che si fosse fatto grande dopo l’ultima desolazione della Molpa nel MCDLXIV, poichè i terreni del paese non sono, che quelli della stessa distrutta città, vasti, ed all’estremo abbondanti di tutto, ecc… ”.

I Saraceni e la Molpa

L’Antonini (…), nella parte II, a p. 372, della sua “La Lucania”, dopo aver detto della “Cronaca di S. Mercurio”, parlando della Molpa, scriveva che: “Mancandoci le notizie dè susseguenti tempi, affatto non sappiamo altro ciò, ch’abbia potuto patir di male questa Città fino all’anno MCXIII. Allora cogli altri marittimi luoghi della Lucania fu dà Saraceni saccheggiata; sebben altra distinzione non …

Antonini ,p. 373.PNG
(Fig….) Antonini, p. 373

Ebner (…), nel suo ‘Chiesa, Baroni e Popoli del Cilento’, nel vol. I, p. 581, parlando di Camerota, scriveva che: “Si è detto poi che i saraceni di Calabria sbarcarono alla marina di Camerota e che risalendo la collina distrussero il villaggio dove “stabilirono una rocca forte”, di cui manca ogni notizia (5). Si è scritto pure (6) che i Saraceni di Agropoli e Camerota saccheggiarono Policastro nel 915.”. Ebner (…), a p. 581, nella sua nota (5), postillava che: “(5) Guzzo (cit., pp. 80 e 104) malauguratamente non cita la fonte.”. Il Guzzo (…), nel suo ‘Da Velia a Sapri, etc’, a p. 80, dopo aver detto che verso la prima metà del IX secolo, i Saraceni dell’Africa settentrionale, nell’anno 845 essi avevano stabilito il loro covo alla Punta della Licosa, ecc.., scriveva che: “Qui, infatti, si fortificarono e la loro potenza crebbe a tal punto, da fare di questo centro una potentissima roccaforte saracena nell’anno 882 (9).”. Guzzo, nella sua nota (9), postillava che la notizia era tratta da:  “(9) Hirsch F. – Schipa M., Il Mezzogiorno d’Italia anteriormente alla monarchia, pagg. 96-97.”. Il Guzzo, sempre a p. 80, continuando il suo racconto, scriveva che: “Qualche anno dopo, altri Saraceni, provenienti dalle coste della Calabria, sbarcavano sulla spiaggia di Camerota, raggiungevano rapidamente il centro abitato e, dopo aver saccheggiato, devastato e dato alle fiamme tutto ciò che vi si trovava, causando sgomento e terrore negli abitanti sfuggiti alla morte, vi stabilivano una nuova roccaforte.”. Effettivamente, come dice l’Ebner, l’interessante notizia dataci dal Guzzo, non è suffragata da un riscontro bibliografico che egli non fornì ma, scrivendo che si riferiva a “qualche anno dopo”, l’anno 882, credo sia una notizia tratta da Hisch e Schipa (…). Il Guzzo (…), ne parla anche a p. 104, dove scriveva che: “Nell’anno 909, altri Saraceni, al seguito del potente Capo arabo Ibrahim-Ibhn-Abhmed, provenienti dalla Calabria, dopo aver saccheggiato ed incendiato Camerota, vi fondarono una nuova, munitissima roccaforte che manda nelle tenebre sinistri bagliori di fuoco, si dirigono minacciosamente su “Skarius” (20).”. Il Guzzo, a p. 105, nella sua nota (20), postillava che: “(20) F. Cirelli, Il Regno delle Due Sicilie descritto e illustrato, Napoli, 1835, pag. 36.”. Ebner, nella sua nota (6), postillava che: “(6) Cirelli, cit, p. 36. Anche il Cirelli non cita la fonte.”. In proposito, devo segnalare che il Guzzo (…), riguardo questa notizia sui Saraceni a Camerota (…), nella sua nota (19), di p. 104, citava: “(17) Cilento Nicola, I Saraceni nell’Italia Meridionale nei secoli IX e X – stà in “Archivio Storico Napoletano”, 1958, pag. 109 segg.”. Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “Io oserei pensare che qui e non altrove avrebbero potuto stabilire la loro residenza le Sirene della favola: qui nel seno dove muore finalmente il Capo Palinuro per dar vita al massiccio della Molpa. Sulla cima di questo massiccio sorgeva anticamente una città, già decaduta nel basso medioevo, e infine distrutta, come tante altre città dell’Italia meridionale, dai Saraceni. Soggiogata dapprima dai Goti, e liberata successivamente da Belisario dopo lungo assedio, divenne alfine la meta di scorrerie barbaresche, normanne e saraceniche.”. Antonini (…), a p. 132, parlando delle origini di Molpa, citava il ‘Chronicon’ del ‘Monaco di S. Mercurio’ ed in proposito scriveva che: “Talvolta in alcuni luoghi non ve n’era alcuna, a cagione di quel pagamento, che loro si faceva, chiamato ‘DACIUM’ dal ‘Monaco di S. Mercurio’; onde forse venne l’Italiana parola ‘Dazio‘. e significava presso à Saraceni quella distribuzione in danaro, che loro si pagava, per rendere un luogo immune dalle scorrerie, e dà saccheggiamenti; ecc..”. Il Vassalluzzo (51), sulla scorta dell’Archivio Cavense (Arca L., n. 23), scrive ancora: “Altre scorrerie essi faranno al tempo di Federico II, di Carlo d’Angiò (57), degli Aragonesi (17) e degli Spagnoli (58). Sempre dal Vassalluzzo (52), leggiamo: “Sappiamo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II d’Altavilla, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave con un tesoro ivi naufragata.“. Il Vassalluzzo, parlando di Molpa, scrive che: “Sappiamo di certo che nel 1113 la Molpa fu saccheggiata dai Saraceni e, nel 1135, da Ruggiero II, che la smantellò nelle sue mura, per punire gli abitanti impossessatisi arbitrariamente dei resti di una nave ivi naufragata.”.

Ruggero II d’Altavilla re di Sicilia

Ruggero II di Sicilia, conosciuto anche come Ruggero il normanno, figlio e successore di Ruggero I di Sicilia della dinastia degli Altavilla. Era figlio secondogenito del gran Conte di Sicilia, il normanno Ruggero I d’Altavilla e di Adelasia di Monferrato (Adelaide o Adelasia del Vasto). Fu conte di Sicilia dal 1105, duca di Puglia dal 1127 e primo re di Sicilia dal 1130 al 1154, divenendo noto come il fondatore del ‘Regnum Siciliae’ indipendente. Appena ereditato il trono del padre Ruggero I, confermò con il ‘Crisobollo’ (un privilegio di cui parleremo), dell’aprile 1131, le precedenti donazioni fatte dai suoi predecessori alla chiesa di Rofrano. Alla morte del padre, avvenuta a Mileto nel 1101, sua madre Adelaide del Vasto, riuscì a governare la Sicilia con l’aiuto di valenti consiglieri, mentre lui ed il fratello erano ancora in tenera età. Dopo la morte del marito nel 1101, Adelasia divenne reggente della Contea di Sicilia, prima in nome del figlio Simone di Sicilia (morto nel 1105) e poi, fino alla maggiore età del figlio, Ruggero II (sino al 1122). Nel periodo di reggenza si circondò di consiglieri conterranei. Nel 1105, morì il fratello maggiore Simone e a soli dieci anni Ruggero divenne conte di Sicilia. Nel 1121 sorsero le ostilità fra Ruggero II e suo cugino Guglielmo II, duca di Puglia (figlio e successore di Ruggero Borsa e Adela di Fiandra e nipote di Roberto il Guiscardo e nuovo duca di Calabria e da non confondere con il nipote di Ruggero II, Guglielmo II detto il Buono). Quando nel luglio del 1127, suo cugino Guglielmo II, morì senza figli ed eredi, Ruggero II reclamò tutti i possedimenti degli Altavilla e la Signoria di Capua. Ma Ruggero, in seguito ottenne la corona: il 27 settembre 1130 una Bolla di Anacleto II, consegnata al duca di Puglia presso la città di Avellino, fece Ruggero Re di Sicilia. Ruggero II era così divenuto uno dei più potenti sovrani d’Europa. Nell’estate del 1140 ad Ariano Irpino promulgò le ‘Assise di Ariano’, il corpus giuridico che formava la nuova costituzione del Regno di Sicilia. A lui si deve anche l’istituzione del ‘Catalogus baronum’, l’elenco di tutti i feudatari del regno, stilato per stabilire un più attento controllo del territorio, dei rapporti vassallatici e quindi delle potenzialità del proprio esercito.

Antonini, p. 416, estratto
Antonini, p. 417, estratto

Nel 908, Ruggero II d’Altavilla, distrusse e sacchegiò la Molpa

Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che: “Molpa….dal normanno Ruggero II, che dopo il naufragio del 1133, tra Lambro e Mingardo subì la predazione di oro e argento dai suoi abitanti; nel 1135 se ne vendicò abbattendo le mura della fortezza, che, posseduta dal conte Ranulfo, s’era ribellata a Ruggero, ecc..”. Infatti, l’Antonini (…), nella sua ‘Lucania’, nella parte II, a p. 375, parlando della Molpa, scrive che i suoi numerosi e sicuri approdi naturali che furono molto utilizzati da Ruggero I d’Altavilla, Gran Conte di Sicilia, nei suoi innumerevoli viaggi da e verso la Sicilia.

Antonini, su Ruggero I e la Molpa, p. 371

Nel 1133 e 1135, la distruzione della ‘Molpa’ secondo l’Antonini

L’Antonini (…), a p. 375, parlando di una città che lui chiama ‘Molpa’, sorta sul promontorio della ‘Molpa’ di Palinuro, di cui oggi restano pochi ruderi. Molpa fu rifondata nell’XI secolo dai Normanni, che ricostruirono l’abitato sul colle (140 metri s.l.m.). Nel 1113 Molpa subì una prima invasione ad opera dei pirati Saraceni. L’abitato fu dunque fortificato dai Normanni con robuste difese tra cui il Castello della Molpa, una possente rocca i cui resti sono visibili ancora oggi.

La Molpa
Antonini, sulla Molpa, p. 366.JPG

Il Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di ‘Molpa’, una città sorta sul promontorio della ‘Molpa’ verso Palinuro, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…) e sulla scorta del Capecelatro (…), scrivendo:  “Non passarono molti anni e fu nuovamente saccheggiata da Ruggero II il Normanno, il quale cinta la corona di Re di Sicilia e di Puglia nella cattedrale di Palermo, nell’anno 1130 si accinse, con la sua flotta, a raggiungere Napoli. Durante il tragitto, assalite da una furiosa tempesta, venti delle sue navi affondarono con tutto il loro prezioso carico e due di esse furono trascinate dai marosi lungo sul lido della Molpa. I Moltipani, si impossessarono immediatamente di tutto ciò che le due navi contenevano e fecero orecchio di mercante alle reiterate richieste di restituzione avanzate dal Re Normanno. Ruggero II, allora sdegnato ed incollerito per il loro comportamento irrispettoso, decise di punirli severamente e, nell’anno 1133, saccheggiò la Molpa e la smantellò nelle sue mura che non vennero mai più riedificate. Due anni dopo, nel 1135, essendosi sparsa per l’Italia la falsa notizia della morte di Ruggero, quasi tutti i luoghi del Regno si sollevarono, e fra essi la Molpa, tenuta, allora, da un nipote del Conte Rainulfo. Re Ruggero, messo al corrente dei tumulti, si portò immediatamente sui luoghi della rivolta con i suoi soldati e si diede ad una feroce opera di repressione. Dopo aver distrutto Melfi, Troia, Avellino, Alife, Matera, ed altri numerosi e munitissimi centri, si avventò con particolare risentimento su Molpa, punì in modo assai crudele gli abitanti e ridusse in cenere anche quel poco che era avanzato alla precedente devastazione (15). Da questo momento i suoi abitanti ecc…”.  Il Guzzo (…), postillava alla sua nota (15) che la notizia era tratta da “Storia del Capecelatro, parte I, Libro I – citata in Antonini”. Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dal Capecelatro (…), che sulla scorta dell’Abate Telesino (…), e di Falcone Beneventano, raccontava questo episodio che in seguito fu citato dall’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 373-374-375. L’Antonini, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva sul promontorio della Molpa di Palinuro (vedi immagine), ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che:

Antonini, Ruggero II distrugge la molpa, p. 374

Antonini, scriveva che: “Non passarono molti anni che fu nuovamente saccheggiata da Ruggieri cò suoi Normanni, Siciliani e Saraceni, nel viaggio di Sicilia: e per vedere verso qual anno probabilmente la cosa succedette; convien sapere che quello molti viaggi fece da Sicilia in Regno, e dal Regno colà. Falcone Beneventano ne riferisce uno nel MCXXVIII (1128), dopo che dal Papa Onorio ebbe il titolo di Duca; un altro nel MCXXX (1130), o secondo altri nel MCXXIX (1129), all’or che andò per coronarsi in Palermo. Un’altro che due anni dopo, appresso la gran rotta, ch’ ebbe nè piani di Nocera (o nel MCXXXI (1131), quando colle navi cariche di spoglie ebbe a sommergersi: “Audivimus praeterea viginti , & octo navigia auro & argento onerata, & mobilium , quae de Civitatibus expoliaverat , in profundo maris se submersisse (1). Quindi si vede che per necessità dovette Ruggieri tant’altre volte tornare quì per ripartirne. Alcuni per tradizione dicono che i Molpitani avendo preso ciò che dal naufragio d’una delle navi era al di loro lido approdato, senza volerlo restituire, l’avesse egli nel MCXXXV (1135) saccheggiata, e smantellata di mura, che mai più si rifecero. Vogliono altri ( e questa sentenza appare la più verosimile) ch’ essendosi sparsa per l’Italia novella della morte di Ruggieri, tutti, o la maggior parte dè luoghi del Regno si sollevarono, fra quali anche la Molpa, che da un nipote del Conte Rainulfo si teneva: ed essendo Ruggieri velocemente quì accorso, ne smantellò le mura, come fece a Melfi ecc..(2). L’Antonini (…), alle sue note (1) e (2), postillava: “Capecelatro, sua Storia, part. I, libro I, e l’Anonimo Cassinese, rapporta la distruzione di Alife all’anno MCXXXIII, ecc..”. L’Antonini (…), cita anche Rainulfo d’Alife, nemico acerrimo di re Ruggero II d’Altavilla di Sicilia. Secondo l’Antonini (…) che sulla scorta di Falcone Beneventano (…), Molpa, nell’anno 1135, era tenuta da un nipote del Conte Rainulfo di Alife.

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(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da Parte II, Discorso VII, pp. 374-375

Enrico VI di Svevia

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(Fig….) Pietro da Eboli, miniatura che rappresenta l’Imperatore Enrico VI a Salerno

Enrico VI di Hohenstaufen (Nimerga, 1° Novembre 1165 – Messina, 28 settembre 1197) è stato re di Germania (1190-1197), imperatore del Sacro Romano Impero (1191-1197) e re di Sicilia (1194-1197). Quando Enrico VI successe nel trono al padre (1191), decise subito di riconquistare il Regno di Sicilia, supportato anche dalla flotta della Repubblica pisana, da sempre fedele all’imperatore. Tuttavia, la flotta siciliana riuscì a battere la flotta pisana; l’esercito di Enrico, anche a causa di una serie di eventi sfortunati (fra tutti una pestilenza), fu decimato. Inoltre, Tancredi riuscì a catturare ed imprigionare a Salerno la zia Costanza, moglie di Enrico. Per il rilascio dell’imperatrice Tancredi pretese che l’imperatore scendesse a patti con un accordo di tregua. Quale gesto di buona volontà, acconsentì a consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione imperiale e l’Imperatrice liberata. Tancredi perse così il prezioso ostaggio, e la tregua non venne stipulata. Nel febbraio del 1194, Tancredi di Lecce re di Sicilia morì di una malattia non meglio precisata, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. Enrico VI, nel frattempo, col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, sottometteva la Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette, a Troia, il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. Enrico riuscì a salire al trono di Sicilia insieme alla moglie Costanza, con un sanguinoso intervento armato nel dicembre 1194, destituendo il giovane Guglielmo III, ponendo così fine all’esistenza autonoma del Regno di Sicilia. Lo storico Ettore Bruni (…), riguardo l’Imperatore tedesco Enrico VI di Hoenstaufen (della casata Sveva), nella lotta di successione al Regno di Sicilia tra Tancredi d’Altavilla (Tancredi di Lecce), IV re di Sicilia dopo la morte di re Guglielmo II detto il Buono, scriveva che:  “La buona fortuna sembrò inizialmente accompagnare il Regno di Enrico VI (1190-1197), che stabilì la sua sede a Palermo. In pochi anni già era riuscito a vincere gravi opposizioni nell’Italia meridionale e ad aggiungere alle corone di Germania e d’Italia anche quelle del Regno di Puglia e di Sicilia (dove alla morte di Guglielmo II il Buono, nel 1189, erano sorte aspre contese, specialmente in Sicilia, contro i diritti al trono di Enrico VI). Ma in Sicilia dove aveva compiuto tante stragi per assicurarsi il potere, egli perse la vita).”. Riguardo l’epoca Sveva, Lucio Santoro (…), nel suo Castelli Angioini e Aragonesi nel Regno di Napoli, stampato nel 1982, nella sua nota (14) a p. 31, così postillava in proposito che: “14. Dopo la morte di Guglielmo II, l’imperatore Enrico VI venne in Italia per prendere possesso del Regno spettante alla moglie Costanza ed anche per combattere gli oppositori appartenenti all’altro ramo della casa regnante normanna. Le lotte che avvennero nell’Italia meridionale in quel tempo sono documentate dal ‘Carme’ di Pietro da Eboli, che illustrò nel suo poema le varie fasi della guerra, e dall”Epistola’ di Ugo Falcando a Pietro tesoriere della chiesa di Palermo. Cfr. G.B. Siracusa, ‘Liber ad honorem Augusti di Pietro da Eboli secondo il cod. 120 della Biblioteca Civica di Berna, Roma, 1906. Le fonti sono ambedue di grandissima importanza, soprattutto come efficace rappresentazione dello stato politico e morale esistente nel regno nell’atto in cui la dinastia normanna si estingueva e quella sveva si apprestava a succederle. Gli eventi del periodo federiciano sono narrati da Riccardo di S. Germano. La sua ‘Cronaca’ è stata pubblicata per la prima volta in F. Ughelli, ‘Italia sacra, Romae 1664, è successivamente, in E. Gattola, ‘Ad historiam Abbatiae cassinensis accessiones, Venetiis 1734, pp. 770 sgg.”. Scriveva Infante (…), che: intanto nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa, non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale”. Scrivono i due studiosi che: “In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale (…)”. Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, che: “Soprattutto sotto il regno di Costanza d’Altavilla, sposa e vedova di dell’Imperatore Enrico VI, i feudatari normanni avevano usurpato molti titoli e proprietà, specie a danno del demanio regio e della Badia di Cava.”. Il Cataldo (…),  a pp. 29-30, parlando di Policastro, scriveva che: “L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Infatti, il Cataldo (…), a p. 19, dice che: “Guglielmo II, non avendo figli, cioè eredi, cedè il trono alla Casa di Svevia in seguito al matrimonio della zia Costanza d’Altavilla con Enrico VI di Hohenstaufen, figlio di Federico Barbarossa (1186), ecc..”. Angelo Bozza (…), nella sua “Lucania”, nel vol. II, a p. 362, nella sua ‘Cronologia dei fatti’ per l’anno 1189, in proposito scriveva che: “Muore Guglielmo II succede Tancredi conte di Lecce. Ruggiero conte d’Andria si oppone colle armi a Tancredi, il quale accorre coll’esercito nella Puglia e sottomette i ribelli. Arrigo Testa maresciallo di Errico VI imp. scende nel regno contro Tancredi con numeroso esercito, e sacchegia tutti i luoghi presi, tra i quali Corneto di Puglia che distrugge dai fondamenti, e se ne ritorna in Alemagna. Riccardo I detto Cuor di Leone re d’Inghilterra, nell’andare in Terra Santa, si ferma in Sicilia e pacifica la sorella Giovanna vedova di Guglielmo con Tancredi. L’imp. Errico VI ed il re Tancredi proseguono la guerra nel Regno. Muore il re Tancredi, gli succede il figlio Guglielmo III poi Errico VI. L’imp. (a. 1194) Errico VI sottomette la Puglia e la Sicilia, devasta Salerno, vi fa prigioni Guglielmo III e la madre Sibilla, e regna tirannicamente, primo dei Svevi nel regno di Puglia. Nasce ad Esi nella Marca d’Ancona, Federigo II dall’imp. Costanza. Errico VI se ne torna in Alemagna conducendo seco i prigionieri reali ed il ricchissimo tesoro dè re Normanni nonchè i proventi delle confische (a. 1195). L’imp. Errico ritorna in Sicilia con 60 mila Tedeschi e fa crudelissimo  sterminio dè Normanni; ma i baroni sollevati dall’imp. Costanza fanno strage dè Tedeschi e tengono assediato Errico, il quale venuto a patti si pacifica coll’imperatrice (A. 1195). Muore l’imp. Errico VI gli succede il figlio Federico II di tre anni (a. 1197). Ecc..”. La cronologia dei fatti dopo la morte di re Guglielmo II il Buono nel 1189 e l’ascesa di Costanza d’Altavilla e il marito Enrico VI, primo della dinastia Sveva. Non sappiamo tantissimo delle nostre terre a quell’epoca, ovvero dopo l’anno 1189. Il Di Meo (…), riguardo l’epoca della III Crociata e la figura di re Guglielmo II, cita anche i cronisti Pietro da Eboli che gli dedicò un carme e Riccardo di San Germano (…). Riccardo di San Germano (in latino ‘Richardus o Ryccardus de Sancto Germano’; San Germano, ovvero l’odierna Cassino, 1170 circa – 1243) fu un cronista, autore di una ‘Chronica’ dei fatti avvenuti in Italia, ma in particolare nel Regno di Sicilia, tra il 1189 e il 1243. Ci sono pervenute due redazioni originali della cronaca, entrambe di sua stessa mano: la prima copre un arco di tempo più breve (dal 1216 al 1227) e ha la forma e il contenuto di una cronaca annalistica; successivamente Riccardo pensò ad una vera e propria opera di storiografia e ampliò l’arco temporale, facendo iniziare le vicende al 1189 (morte del re Guglielmo II di Sicilia, quasi legittimando l’eredità al trono di Federico II, che ne era il cugino) e protraendole fino alla sua morte. Per la ‘Chronaca’ di Riccardo di San Germano (…), si veda Ryccardi de Sancto Germano notarii Chronica’, a cura di Carlo Alberto Garufi, Bologna, Nicola Zanichelli, 1937-1938, LIV, 312 p., [4] c. di tav.; facs.; 32 cm; il volume è composto dai fascicoli 296, 301, 317/318; in alcune tirature inizio di stampa 1936, fine 1938, che si trova anche nel “Rerum Italicarum Scriptores”, a cura di Giosue Carducci e Vittorio Fiorini, Tomo VII, ed. Città di Castello, 1916, contenuta anche nell’edizione palatina del Muratori, vol VII. Lo troviamo anche in Erasmo Gattola (…), nel suo ‘Ad Historiam Abbatiae Cassinensis accessiones’, vol. II, Venezia 1734, pp. 766-820. Di quel tempo, Nicola Acocella (…), nella sua ‘Salerno Medievale d altri saggi a cura di Antonella Sparano’, edito nel …………., a p. 68, parlando delle fortificazioni a Salerno, in proposito nella sua nota (191) postillava che: “Poco più di un sessantenio più tardi, dal 1191 al 1194, quando la maggioranza dei Salernitani, ligia con l’arcivescovo Niccolò d’Aiello alla causa nazionale di Tancredi  d’Altavilla, dovette sottomettere la lotta contro il partito barnale seguace di Enrico VI, si arroccò saldamente proprio nella ‘Turris Maior’ (Pietro da Eboli, ‘De rebus siculis carmen’, ed. Siragusa, Roma, 1905-6, p. 35 sgg.; ed. Rota, R.I.S. 2, cit.,  XXXI, p. I, pp. 64-68).”. Dunque, Nicola Acocella (…), sulla scorta del ‘Carme’ di Pietro da Eboli, scriveva che a quel tempo, tra il 1191 e il 1194, Salerno e credo pure Policastro e tutto il basso Cilento, patteggiarono per la fazione a favore di Tancredi re di Sicilia, che dovette difendersi dall’assalto dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, marito di Costanza d’Altavilla per la conquista del Regno di Sicilia. L’Acocella, citava anche Niccolò d’Aiello, Arcivescovo di Salerno, alleato di Tancredi d’Altavilla.  Niccolò d’Aiello (Salerno, … – Salerno, 10 febbraio 1221) arcivescovo di Salerno dal 1181 alla morte. Era il secondogenito del cancelliere del Regno di Sicilia Matteo da Salerno. Fu un consigliere fidato alla corte di Tancredi di Sicilia ed uno degli attori della guerra di successione che contrappose quest’ultimo all’imperatore Enrico VI. Ai tempi in cui Enrico marciava per assediare Napoli nel 1191, le frange dei salernitani fedeli all’imperatore inviarono una lettera al sovrano promettendogli ricovero. L’arcivescovo Niccolò d’Aiello, la cui famiglia era ostile agli Hohenstaufen, dovette allora abbandonare Salerno per Napoli; qui prese il comando per la difesa della città allorché Riccardo di Acerra fu ferito. Insieme all’ammiratus ammiratorum Margarito da Brindisi protessero con successo la città e costrinsero l’imperatore ad abbandonare l’assedio. Tuttavia ciò ebbe poco effetto sugli esiti della guerra. Infatti Enrico fu incoronato il 25 dicembre del 1194 a Palermo ed alla cerimonia furono presenti non solo Niccolò ma anche Riccardo di Acerra, Margarito e la regina Sibilla. Quattro giorni dopo furono tutti arrestati con l’accusa di cospirazione (probabilmente inventata) e trasferiti nelle prigioni tedesche. Qui Niccolò rimase per diversi anni, malgrado le intercessioni di papa Innocenzo III. Enrico, dopo si diresse verso sud per conquistare il regno di Sicilia. In contrasto con i disegni paterni, egli voleva fare del Regno di Sicilia un feudo personale degli Hohenstaufen e con l’assedio di Napoli. Durante questo assedio, Salerno aprì le porte ad Enrico VI, il quale vi lasciò l’imperatrice e consorte Costanza d’Altavilla, poiché la sua inferma salute fosse curata dai famosi medici della città. Tancredi di Lecce, grazie all’abilità del suo ammiraglio Margarito, riuscì anche a catturare e imprigionare Costanza a Salerno. Per il rilascio dell’imperatrice il re normanno Tancredi di Lecce pretese che Enrico VI scendesse a patti con un accordo di tregua. Tancredi, pensò di consegnare Costanza a papa Celestino III che si era offerto quale mediatore; durante il viaggio verso Roma, però, il convoglio fu attaccato da una guarnigione sveva e l’imperatrice liberata. Lo scrittore Salvatore Tramontana (…), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del ‘Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto’, farebbero invece pensare ecc.…” e, postillava nella sua nota (13) sugli “Annales Cassinenses, a cura di G. Pertz, MGH, SS, XIX, Hannover, 1866, p. 314.”. Riguardo il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto’ (…). Gli ‘Annales Cassinenses’ o ‘Chronicon Anonimo Casinensis’, di Domenico Alberico, pubblicato dal Muratori A.L. (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, Tomo V, p. 135 e sgg, è un’opera tra le più importanti della storiografia medievale italiana, la ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Leone Ostiense. Nella sua prima stesura risale agli anni immediatamente successivi al 1099, opera di Leo Marsicanus, noto anche con lo pseudonimo di Leo Ostiense è stato un monaco bibliotecario, cronista e storico dell’Abazia di Montecassino. Di questo ‘Chronicon’ (…), si veda p. 143 del Muratori (…), anni MCXCIII e sgg., nell’immagine ivi:

Muratori, p. 145
(Fig.…) ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Ostiense, tratta da ‘Rerum Italicorum Scriptores’, del Muratori (…), anni MCXCIII, p. 143.

Nel 1193, Enrico VI di Svevia distrusse la Molpa

Il Guzzo (…), nel suo Il ‘Golfo di Policastro – natura – mito – storia’, a p. 15, parlando della città scomparsa di Molpa, riferiva una notizia tratta dall’Antonini (…), scrivendo:  “Nuovo saccheggio Molpa subì nell’anno 1193, quando l’Imperatore Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa e marito di Costanza d’Altavilla, per vincere le gravi opposizioni e i profondi contrasti sorti al momento della sua ascesa al trono in tutta Italia meridionale, dovette operare distruzioni e stragi per assicurarsi il potere (16).”. Il Guzzo postillava alla sua nota (16) che la notizia era tratta da “Ettore Bruni-Signorelli, I fatti e le Idee, 1967, vol. I, p. 67.”. Devo però precisare che la notizia citata dal Guzzo, non è affatto riportata da Ettore Bruni. Il Bruni (…), citato dal Guzzo (…), non dice nulla della notizia riportata dal Guzzo (…): “Nuovo saccheggio Molpa subì nell’anno 1193, quando l’Imperatore Enrico VI,”. La notizia citata dal Guzzo (…), proviene dall’Antonini (…).  Dal punto di vista strettamente bibliografico, la notizia è tratta dalla bibliografia antiquaria ed in particolare dall’Antonini (…). L’Antonini (…), che nella sua ‘Lucania’, vol. II, Parte II, Discorso VII, a p. 375, parlando della città della ‘Molpa’, una città che esisteva nei pressi dell’attuale promontorio della Molpa di Palinuro, ormai diroccata da quando fu distrutta da re Ruggero II d’Altavilla, scriveva che: “Ma la sua sorte portolla ad esser saccheggiata anche dall’Imperador Arrigo, allora che nel MCXCIII per la seconda volta calò in Italia; e secondo scrive ‘Ottone di S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal sig. Muratori nella sua ‘Scrittori Medii Aevi, molte città del Regno: ‘Aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit, inter quas praecipue Salernum & c.’ ”. Dunque l’Antonini (…), citava il passo tratto dalla cronaca della di Ottone di S. Biase (…).

Antonini, p. 375, parla di Federico Barbarossa
(Fig….) Antonini Giuseppe (…), brano tratto da: Parte II, Discorso VII, p. 375.

L’Antonini (…), dunque, sulla scorta della ‘Chronaca’ di Ottone di San Biase che scriveva che: “Aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit, inter quas praecipue Salernum & c.”, ovvero che: “Molte città furono distrutte e prese d’assalto, per ricevere la loro resa, le quali innanzitutto Salerno.”. L’Antonini, riguardo la città oggi in ruderi di ‘Molpa’, sosteneva che: “Ma la sua sorte portolla ad esser saccheggiata anche dall’Imperator Arrigo, allora che nel 1193, per la seconda volta calò in Italia;”. L’Antonini (…), sulla scorta di questa ‘Chronaca’ del tempo, il ‘Chronicon’ di Ottone di S. Biase (…), sosteneva che la città della ‘Molpa’, nell’anno 1193, era stata saccheggiata anche dall’Imperatore ‘Arrigo’, quando era sceso per la seconda volta in Italia. L’Antonini si riferiva all’Imperatore Enrico VI di Svevia, figlio di Federico I Barbarossa e marito di Costanza d’Altavilla. L’Antonini (…), citava l’interessante riferimento bibliografico, scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi’”. Della terribile repressione dell’Imperatore Svevo, Enrico VI, ‘Arrigo’ per l’Antonini (…), ha accennato lo scrittore Salvatore Tramontana (…), nel suo ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi‘, a p. 58-59, dove ci parla di una terribile repressione verso i ribelli nel Regno di Sicilia (Regno di Napoli), messa in atto da Enrico VI, marito di Costanza d’Altavilla, nell’anno 1197. Scrive il Tramontana (…): “Nel mese di giugno, appena tornato dal Levante, Enrico VI soffocava nel sangue una rivolta con la quale anche Costanza sembra fosse connivente.”. Il passo del Tramontana, non si riferiva alla seconda venuta in Italia (a. 1193) dell’Imperatore Enrico VI di Svevia ma era riferito ad un altro episodio, allorquando cioè Enrico VI dovette combattere contro la sua stessa moglie, Costanza d’Altavilla che era a quel tempo reggente del Regno di Sicilia, essendo morto Guglielmo II d’Altavilla, lasciando il Regno senza eredi e Tancredi di Sicilia. Credo che l’Antonini, (…), citando il passo della ‘Chronaca‘ di Ottone di San Biagio (…), si riferisce all’anno 1193, la notizia storica che coinvolge la città della Molpa e forse pure Policastro e ‘Castello di Mandelmo’ (a Castelluccio di Licusati, situato nel Comune di Camerota (vedi immagine). La notizia è da riferirsi a dopo l’incoronazione d’Imperatore di Enrico VI, avvenuta nel 1191 dopo la morte di suo padre Federico I detto il Barbarossa. Scrive il Tramontana (…), a p. 57 che: “Solo alla morte di Tancredi di Lecce, avvenuta a Palermo il 10 febbraio 1194. In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.”. Credo che la notizia citata dall’Antonini si riferisca all’anno 1193, ovvero a quando l’Imperatore Enrico VI di Svevia, dopo la morte del padre Federico I detto il Barbarossa, cercò di riprendersi il Regno di Sicilia. L’Antonini (…), ci parla dell’Imperatore  “Arrigo”, che, sceso in Italia per la seconda volta, nell’anno 1193, mise a ferro e a fuoco molte città del Mezzogiorno Normanno, tra cui, Salerno, la Molpa e Policastro. Il Barone di S. Biase, Giuseppe Antonini (…), cita i fatti dell’epoca, sono stati raccolti dal monaco benedettino Ottone di S. Biase (…), o  la ‘Chronaca’ di ‘Ottone da San Biase’, come lo chiama l’Antonini. L’Antonini (…), postillava che la ‘Chronaca’ di Ottone da San Biase era stata pubblicata dal Muratori. Il Di Meo (…), diceva che il Pappebrochio (…), scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Dunque, secondo il Di Meo (…), lo storico Pappebrochio (…), scriveva sulla scorta di Otone di S. Biase (…). Daniel Papebroch è stato un gesuita, storico e diplomatista belga, chiamato in Italia Pappebrochio (…). Daniele Papebrochio è uno storico e dotto bollandista che nel ‘600, da cui ha attinto lo stesso Antonini (…), il quale nel 1685 pubblicò i ‘Notamenti’ (o Diurnali) di Matteo Spinelli da Giovinazzo, traducendo i testi napoletani in latino, poi riconosciuti nel 1868 da W. Bernardi come una falsificazione. Il monaco citato dall’Antonini (…), Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. La ‘Chronaca’ di Ottone di Frisinga (…), fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Muratori (…), ha pubblicato la ‘Chronaca’ di Ottone Abate di San Biagio (…), citato dall’Antonini (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores’, vol. VI, p. 863 e sgg., di cui quì riportiamo un estratto:

muratori, p. 863
(Fig….) Muratori (…), p. 863, vol. VI

Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Ottone di San Biagio che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisinga (…), che scrisse una ‘Chronaca’ sulla vita di Federico I detto il Barbarossa fino all’anno in cui egli morì. Di Ottone di Frisinga (…), meglio conosciuta è l’opera di Ottone ‘Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. La ‘Chronaca’ su Federico Barbarossa, scritta da Ottone da Frisenga (…), fu poi continuata fino all’anno 1210 da Ottone Abate di San Biagio (…). Nella ‘Chronaca’ di Ottone Abate di San Biagio (…), citato dall’Antonini (…), nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1193), si legge che: “Anno Dominicae Incarnationis MCXCIII. multis de cismarinis regionibus Cruce peregrinationis accepta, ad auxilium transmarinae Ecclesiae accendutur. Eodem anno Henricus Imperator contracto exercitu secunda vice Alpes transcendit, transitaque Italia & Tuscia in Campania arma  convertit. In quo itinere Richardum de Scerre Comitem sibique praesentatum, apud Capua patibulo suspendit ecc…”, la cui traduzione più o meno è la seguente:  “Allo stesso tempo, il secondo anno di Enrico Imperatore, assemblato il suo esercito, ha attraversato le Alpi, transitaque in Campania, Italia e Toscana, rivolto le sue braccia. Richard modo visibile in cui il conteggio si presentò con una suspense croce Capua, ecc … “. Continuando il suo racconto, Ottone scriveva: “Deinde omnes civitates Campaniae, Apuliaeque aut expugnatas destruxit, aut in deditionem accepit: inter quas praecipuè Salernum, Baletum (82), Barram, multasque alias civitates fortissimas nimia inflammatus ira, pervasa inaestimabili praeda subvertit ecc..”.

Muratori, p. 895
Muratori, p. 896,,,
(Fig….) ‘Chronaca’ di Ottone, Abate di San Biagio, Cap. XXXIX, p. 896

La cui traduzione è più o meno la seguente: “Successivamente, tutte le città della Campania, e, Puglia, furono messe a ferro e a fuoco, o nella console hanno ricevuto la loro resa: fra i quali siamo principalmente a Salerno, Baletum (82), di carpe, e delle molte altre città del più coraggioso della sua troppo grande un trasporto di rabbia, era stata invasa, distrutto il bottino ha prezzo,…”. Il Muratori, nella sua nota (82), postillava che: “C. Ms. Barletum”. Se, come scrive l’Antonini (…), sulla scorta della ‘Chronaca’ di Ottone da San Biagio (…),  restiamo all’anno 1193, si tratta di “Henricus Imperator”, Enrico VI di Svevia. La notizia che riguarda l’anno 1193 in cui vi furono dei flagelli su Policastro da parte dell’Imperatore Enrico VI di Svevia, citata pure dall’Antonini (…), contenuta nella ‘Chronaca’ di Ottone da San Biagio, di cui abbiamo pubblicato l’estratto in Muratori, è citata anche a p. 50, nel testo di don Carlo Calà (…) del 1660, dal titolo ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’, che, sulla scorta di Carlo Sigonio (…), a p. 49, ci parla della storia degli Svevi e dell’Imperatore di Sicilia Enrico VI, padre dell’Imperatore Federico II di Svevia.

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(Fig….) Pag. 49 tratta da ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’ (…)

Nel testo del 1660, si postillava che: “z nell’anno 1193, riferito da Besoldo, fol. 565.”, riferendosi all’anno 1193, scrivendo che: “E benchè Ottone di S. Biase (z) nabbia scritto che la morte del Conte successe nella seconda venuta d’Enrico in Italia, dicendo: “In Secunda in Italiam prosectione Henricus Imperator Riccardum de Scerre Comitem ditissimum apud Capuam suspendit patibulo capite deorsum verso”; con tutto ciò il certo è, che fu l’ultima venuta ecc….dell”Imperator ipse Alemania’ “. Il testo del 1660, scrive che: “Dicono che l’Imperatore venne con intenzione di sterminare totalmente i seguaci, e dipendenti della Casa dè Normanni, per causa delle cospirazioni fatte in sua assenza….Et nelle Croniche di Fossanova, & Annali d’Arnoldo y si legge, che detto Imperatore pose in ordine un’esercito di 60.000 huomini, col quale venne nel Regno di Napoli (ex Regno di Sicilia), e di quà partì per Sicilia, dove arrivò il 16 Gennaio 1197…”.

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(Fig….) Pag. 50 tratta da Carlo Calà (…) ‘Historia dei Svevi nel conquisto dè Regni di Napoli, e di Sicilia’ di don Carlo Calà (…) (Archivio Storico Attanasio)

Nel 1464, l’ultima distruzione di Molpa: l’incursione dei Saraceni d’Africa

Sulla distruzione della Molpa e di Pisciotta nel 1474 ha scritto anche il Barone Antonini (…), infatti, a p. 330, in proposito scriveva che: “Modernissima è questa Terra, accresciuta dalle ruine della Molpa, dopo che nel MCDLXIV. fu dà Corsari d’Africa saccheggiata, e distrutta. Era allora che Pisciotta un picciolo Casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una relazione fatta da Notar Gio: Antonio Ferrigno (2) suo Cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territorio, tutto essendo della Molpa. Nel luogo oggi chiamato la Pantana, circa un miglio, e mezzo dal mar lontano, era un picciol Monistero di Benedettini colla sua Chiesa di S. Caterina, chiamata in una carta del MXXXIII ‘Obedientia Sanctae Catarinae’.”. L’Antonini a p. 330 nella sua nota (2) postillava che: “(2) Trovasi questa relazione negli atti dè creditori del Duca di Monteleone nel Sacro Consiglio di Napoli in banca di ‘Litto’ appresso lo Scrivano ‘Santelia’.”. Sulla distruzione della Molpa e di Pisciotta nel 1474 ha postillato anche il Gaetani (…) a p. 28, nella sua nota (9): “(9) Pisciotta fu accresciuta da Molpesi nel 1474 quando la Molpa fu saccheggiata e ditrutta da Corsari d’Africa. Riferisce l’Antonini (vol. I, p. 330) che allora Pisciotta era un piccolo casale della Molpa stessa, e secondo si vede da una Relazione fatta da Notar Gio. Antonio Ferrigno, suo cittadino, avea pochissimi abitatori, e meno territori, tutto essendo della Molpa.”. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta scriveva che: “In un ‘ms’ conservato nella Cancelleria della SRC di Napoli si afferma che Pisciotta fosse stato un casale di Molpa (7).”. Ebner per SRC si riferiva alla Real Camera della Sommaria di Napoli. Pietro Ebner (…), nel suo “Chiesa, baroni e popolo nel Cilento”, nel vol. II a p. 318, parlando di Pisciotta, nella sua nota (7) postillava che: “(7) G.A. Ferrillo (o Ferrigno). Il ‘ms’ della ‘Cronaca’ del notaio sull’origine di Pisciotta e su altri eventi è negli ‘Atti’ dei creditori del duca di Monteleone.”. Il Ducato di Monteleone fu un’entità feudale esistita in Calabria tra il XVI secolo e gli inizi del XIX secolo. Il suo territorio corrispondeva agli odierni comuni di Vibo Valentia e di San Gregorio d’Ippona, nella medesima provincia. Istituito nel 1527, fu dominio della famiglia Pignatelli, fino all’abolizione del feudalesimo avvenuto nel Regno di Napoli nel 1806. Anche Angelo Di Mauro (…), nel suo ‘I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc..’, rifacendosi quasi in tutto al Cammarano (…), a p. 575, parlando di Centola, ci dice della Molpa che fu saccheggiata: “…dai saraceni a più riprese (680-705-802-828-931-1113),…..ed infine dai pirati saraceni nel 1464, quando anche Pisciotta, apparteneva alla Molpa.”. Anche Pietro Visconti (…), nel suo ‘Paesaggi Salernitani’, del 1954, a p. 121 e s., in proposito scriveva che: “I saraceni d’Africa le diedero il colpo di grazia intorno al 1464; sbarcati di notte e guadagnata la vetta in perfetto silenzio, assalirono la città e la saccheggiarono, portando via insieme al bottino, donne e uomini in catene. I superstiti allora fuggirono sulle montagne per accrescere i casali di Pisciotta, di Centola e di Cuccaro. Il tempo fece il resto.”. Su questa distruzione della Molpa, di Camerota ecc.., ha scritto anche Onofrio Pasanisi (…), nel suo saggio ‘Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno’, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII.

Note bibliografiche:

(1) Attanasio F., “Sapri, incursioni nella notte dei tempi“, stà in ” I Corsivi”, Dicembre 1987, Anno II, n. 12, pp. 9-10; l’articolo fu citato dal Cesarino F., La Lucania del Barone Antonini, stà in ”I Corsivi”, n. 3, 1988; “I villaggi deserti del Cilento”, rivista ‘i Corsivi’, Gen.- Feb., 1988, anno III, n. 1-2, Sapri, pp. 12-13; “La pittura locale a Villa Guariglia“, rivista “I Corsivi”, Luglio 1987, anno II, n. 7, Sapri, p. 29; “Notizie storiche su Castelruggero“, rivista “I Corsivi”, Sapri, dic. 1988, anno II, n. 12, pp. 13-14; “Per un centro di storia cilentana“, rivista “I Corsivi”, Sapri, Nov. 1986, anno I, n. 9, p. 23; “Per un’ area di riequilibrio naturale”, rivista “I Corsivi”, Agosto 1986, anno I, n. 6, Sapri, p. 17; “Le fortificazioni primo-ottocentesche del litorale saprese attraverso alcuni disegni inediti”, rivista ‘Progetto’, Salerno, Luglio 1994, anno V, n. 2., pp. 3-4; “Per una politica del recupero“, stà nella rivista ‘Progetto’, Salerno, Maggio 1994, Anno V, n. 1, pag. 11; “I villaggi deserti del Cilento”, “Progetto”, Salerno, Aprile 1995, anno VI, n. 2, p. 16; “Analisi sull’Evoluzione storica-Urbanistica di Sapri“, a mia firma, per il nuovo Piano Regolatore Generale (P.R.G.) del Comune di Sapri, redatto dal Prof. Francesco Forte, 1998 (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: ‘Le più antiche carte dell’Italia annesse ai più antichi codici greci conosciuti’, stà sulla rivista web ‘Zedinfo’, curata da Tonino Pitarresi, Palermo, ed. ZED, Gennaio 2018, consultabile collegandosi a: http://www.zedinfo.it/?p=9840

(2) (Fig….) Stralcio della carta corografica manoscritta ‘Principato Citra – Regno di Napoli‘, ove sul retro è scritto ‘1756’ (?), sec. XVIII, Principato Citra, Regno di Napoli, da me scoperta nel 1975 e, di cui trassi copia all’ASN, nel 1981 e che, pubblicai per la prima volta nel 1987. Conservata all’Archivio di Stato di Napoli – Sezione Diplomatico-politica, “Raccolta piante e disegni“, C. XXXII, 2. Forse una delle carte originali viste dal Galiani a Parigi.

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(…)(Fig….) Ricevuta dell’Archivio di Stato di Napoli per la fotoriproduzione in b/n (da me richiesta nel 1981) della carta illustrata in Fig…. (poi, solo recentemente fatta riprodurre digitalmente a colori). Sul retro è impresso il timbro dell’Ufficio Sezione Fotoriproduzione dell’ASN, lavoro n. 9124, del 16 maggio 1981

La Greca e Vladimiro

(…) La Greca Fernando e Vladimiro Valerio, Paesaggio antico e medioevale nelle mappe aragonesi di Giovanni Pontano. Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, 2013; in questo testo si parla delle carte conservate alla Bibilioteca Nazionale di Francia, molto simili a quella da me scoperta e pubblicata

(…) Blanc Antonio Carlo, Industrie Musteriane e Paleolitico superiori nelle due fossili e nelle dune fossili e nelle grotte litoranee del Capo Palinuro, in Atti della Reale Accademia d’Italia. Rendiconti, fasc. 10, Roma, 1940, pp. 602-16

(…) Cammarano Giovanni, Storia di Centola, La Badia di S. Maria, vol. II, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 1993 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Visconti Pietro, Paesaggi Salernitani, ed. Fausto Fiorentino, Napoli, 1954

(…) Litta Pompeo, Famiglie celebri italiane, fascicolo unico, Basadonna, Torino

(…) Antonini G., La Lucania – I discorsi, ed. Tomberli, Napoli, 1745, Parte II; riguardo il territorio di ‘Palinuro e della Molpa’, si veda discorso VII, da p. 354 a p. 379; riguardo il territorio de’ luoghi posti a sinistra del Mingardo’, si veda discorso VIII, da p. 380 a p. 409; riguardo i luoghi a ridosso del Monte Bulgheria, ‘di Camerota, di Policastro e di altri vicini luoghi’, si veda il discorso X, da p. 410 fino a p. 418; riguardo ‘Bussento‘, si veda discorso IX, da p. 393 a p. 409; riguardo a ‘Vibonati e Sapri’, si veda da p. 419 e s. Riguardo l’antica pergamena del 1080 e delle popolazioni Bulgare, ne parla nella Parte II, Discorso VIII, p. 383 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Laudisio Nicola Maria, Sinossi della Diocesi di Policastro (Paleocastren Dioceseos historico-cronologica synopsis), Napoli, Tipografia de Dominicis, 1831 (4), pp. 12-13. L’opera del Laudisio, è stata trascritta nel 1777, dal Canonico Antonio Rossi di Rivello ed in seguito il suo manoscritto, fu pubblicato nel 1831.

(…) Visconti G.G. (a cura di) – Laudisio N. M., Sinossi della Diocesi di Policastro ecc.., a cura di Visconti G.G., Centro Studi per la storia del Mezzogiorno, ed di Storia e Letteratura, Roma, 1976.

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(…) Ebner P., Chiesa, baroni e popoli del Cilento, ed. di storia e letteratura, Roma, 1982, vol. II, pp. 431-444. Si veda pure dello stesso autore: Economia e società nel Cilento medievale, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma, 1979, vol. I-II (Archivio Storico Attanasio).

(….) Trattasi del già citato portolano pubblicato da B. R. MOTZO sotto il titolo: Il Compasso da Navigare, opera italiana detta metà del secolo XIII, stà in Annali della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Cagliari, Cagliari, voI. VIII, 1947, pag. 166; la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Debanne A., Lo Compasso de navegare, Edizione del Codice Hamilton 396, Editore Peter Lang Gmbh, Internationaler Verlag Der W, 2011, pag. 48. la pagina del testo originale del 1296, quì riportata e tradotta da Deban- ne è la pagina n. 17 r (Fig. 4).

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(…) De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, pag. 193. Del ‘Compasso de navegare’ (….), ne parlano anche le insigne studiose francesi Monique De La Ronciere e Michel Mollat du Jourdin che, nel loro libro per i tipi di Bramante (…), riferendosi al navigante del XIII secolo, così scrivono in proposito: “Egli dispone tra l’altro di un libro del mare, una specie di manuale nautico che risale ai peripli dell’Antichità. Il più antico attualmente esistente, il Compasso da navigare, è custodito alla Biblioteca municipale di Berlino ( Ms Hamilton 397) per il marinaio di allora esso era ciò che il “portolano” era per il navigatore dei nostri giorni. Porta la data di gennaio 1296 e sarebbe dello stesso periodo della ‘Carta pisana’. Secondo il professor Motzo, proprio quella stessa carta (o una simile) gli era aggiunta. Nonostante siano complementari, il manuale e la carta avranno fortune diverse; attualmente il manuale antico è molto più raro della carta nautica di cui contiamo , per il XIV e XV secolo, un centinaio di esemplari.”.

(…) ( Fig….) Almagià R., Toponomastica dell’Italia in alcune carte nautiche medioevali, stà in Monumenta Italia Cartographica, I.P.S., Firenze, 1929, Forni editore, Appendice I, I – Coste liguri e tirreniche della penisola, p. 68.

(…) ibidem, questa carta riprodotta nel testo di Almagià R., op. cit., tav. III, p. 3, crediamo fosse riportato ‘Sapra‘ e non Saprì. Noi pubblichiamo quella tratta dal testo di De La Ronciere A. M. , M. Mollat Du Jourdin, I portolani, carte nautiche dal XIII al XVII secolo, ed. Bramante, Milano, 1992, Tav. 1.

(…) (Figg…..) tratta da Brotton J., Le grandi mappe, ed. Gribaudo, 2014, pagg. 52, 53

(…) (Fig….) L’Italia nel Codice Ven. Marc. gr. 516, conservato alla Biblioteca Marciana di Venezia.

Luca Mannelli
Luca Mannelli, manoscritto

(…) Mannelli Luca, o Mandelli, Lucania sconosciuta, manoscritto inedito dei primi del 1600, scritto dal frate dell’Ordine di S. Agostino, che era conservata nel Convento dell’Ordine di S. Agostino di Salerno. L’opera manoscritta e inedita, fu una delle principali fonti dell’Antonini e del Troyli. Il manoscritto ‘La Lucania sconosciuta’ di Luca Mannelli, è stato citato anche dal Natella e Peduto, in ‘Pyxous-Policastro’ (…) che a p. 486, dicono essere conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli alla seguente collocazione: “XVIII, 24 – cc. 47-51.”. Si veda pure: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco, ed. L. De Bonis, 1880 (4), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli, coll.: V.F. Misc. 13 (21 (Archivio Storico Attanasio).

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(…) Pasanisi Onofrio, La costruzione generale delle torri marittime della Real Camera di Napoli nel sec. XVI, Napoli, 1926; dello stesso autore si veda: Pasanisi Onofrio, Don Sancio Martinez de Leyna e le torri marittime della Molpa e Palinuro, stà in ‘Arcivio Storico per la Provincia di Salerno, Anno II, della nuova serie, Fasc. IV, Ottobre-Dicembre 1934, XIII, ip. Lorenzo Barca, Napoli, 1935, XIII (Archivio Attanasio).

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(….) Pasanisi Onofrio, La Regione Salernitana dal principio del XV alla fine del XVII secolo, Salerno, Tip. F.lli Jovane, 1935 – XIII (Archivio Storico Attanasio), p….

(…) Santoro L., Le torri costiere della Campania, stà in “Napoli nobilissima”, 1967, vol. VI; vedi pure Vassalluzzo M., Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p. 39; vedi pure Archivio di Stato di Napoli, Sez. Amministrativava, Registri Torri, Castelli, ordinati dal Prof. Cisternino; per le Torri e l’anno 1594, vedi: Archivio di Stato di Napoli, carta 41, vol. 104, Real Camera della Sommaria, Diversi, I numerazione.

(…) Vassalluzzo Mario, Castelli, Torri e borghi della costa cilentana, ed. Edicon, Castel S. Giorgio, 1975, p…..

(…) Volpe G., Notizie storiche dei principali luoghi del Cilento, Roma, 1888, ristampa ed. Ripostes, Cap. X, p. 117.

(…) De Giorgi, Guida dell’Italia.

(…) Cavalcanti P.L., ‘Guida del Pilota ecc..‘, a p. 43 (Archivio Storico Attanasio)

(…) Mazzetti Ernesto, Cartografia generale del Mezzogiorno e della Sicilia, a cura di E. Mazzetti, scritti di Roberto Almagià, Ernesto Pontieri, Rosario La Duca, ESI, Napoli, 1972, tav. XVII .

(…) Brancaccio G., Geografia, Cartografia e Storia del Mezzogiorno, ed. Guida, Napoli, 1991. Si veda: 1- Il libro del Re Ruggero di al-Idrisi, cap. 4, p. 79;

(…) Amari M. – Schiapparelli C., L’Italia descritta nel ‘Libro di Re Ruggero’ com- pilato da Edrisi, in Atti della Reale Accademia dei Lincei, a. 274, s. 2, vol. VIII, 1876-77, Roma, 1883, p. 97, ed. Primary Source Edition. Il testo di Amari e Schiapparelli, può essere scaricato dal sito: https://ia802604.us.archive. org/16/items/litaliadescritta00idrsuoft/litaliadescritta00idrsuoft.pdf. , che resta un’ottima traduzione del testo arabo scritto da Edrisi. Si veda anche: Edrisi, Il Libro di Ruggero, nella traduzione di U. Rizzitano, ed. Flaccovio, Palermo, 1994, pp. 91-92; si veda pure il testo del francese Jaubert nel 1840, che si basò su diversi manoscritti del Libro di Re Ruggero, ha fatto una mirabile traduzione del testo scritto in arabo; si veda pure: Santagati L., La Sicilia di al-Idrisi ne il Libro di Re Ruggero, ed. Salvatore Sciascia, Caltanisetta, 2010.

(…) Cataldo Giuseppe, Notizie storiche su Policastro Bussentino, dattiloscritto inedito, 1973 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ughelli F., Italia Sacra, sive de Episcopis Italiae, ed. Vitale Mascardi, Roma, 1659, Tomo VII, da colonna (Columnum) da p. 758 a p. 800, oppure dello stesso autore, Venetiis, S. Coleti, 1717-1722, ci parla della Diocesi ‘Paleocastren’. Si veda pure: Troyli (2), p. 136 nota (c).

(…) Mazziotti M., La Baronia del Cilento, ed. Libreria antiquaria W. Casari, 1972, p. 120 e s. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Giannone P., Dell’Istoria civile del Regno di Napoli, Venezia, 1766, ed. Pasquali, …………

(…) ‘Ottone da San Biase’, Cronaca, stà in Muratori A.L. (…), Antiquitate Italiae Medii Aevi. In effetti, l’Antonini (…), riporta le notizie sulla Molpa e su Policastro, fornisce anche un interessante riferimento bibliografico, citando e scrivendo “….e secondo come scrive ‘Ottone da S. Biase’ nella sua ‘Cronaca’, riportata dal Sig. Muratori fra gli ‘Scrittori Medii Aevi’”. A chi si riferiva l’Antonini nel citare la ‘Chronaca’ scritta da un certo Ottone da S. Biase ?.

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Ottone di San Biagio, continuò la ‘Chronica’ di Ottone di Frisinga. Di Ottone di Frisinga, meglio conosciuta è l’opera di Ottone Gesta Friderici imperatoris’ (Imprese dell’Imperatore Federico), scritta per desiderio di Federico I detto il Barbarossa, e introdotta da una lettera dell’Imperatore stesso all’autore. Le Gesta sono composte da quattro libri, dei quali i primi due furono scritti dallo stesso Ottone. Il secondo libro si apre con l’elezione di Federico I nel 1152, e si sviluppa con la storia, abbastanza dettagliata, dei suoi primi cinque anni di regno, soprattutto per quel che riguarda le vicende in Italia. Da questo punto in poi (1156) il suo lavoro viene proseguito da Ragewin. Il latino di Ottone è eccellente, e nonostante una certa partigianeria a favore della casata Hohenstaufen e alcune piccole inesattezze, le Gesta sono state giustamente descritte come un buon modello di composizione storica. Codesta ‘Chronaca’ fu continuata fino all’anno 1210 da Ottone abbate di San Biagio. Su Ottone Abate di San Biagio, ha scritto il Tramontana (…), a p. 59, nel suo  ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc..,postillava su Ottone di San Biagio, alla sua nota (16), scriveva: “Ottone di San Biagio, Chronica, a cura di A. Hofmeister, MGH, Scriptores Rerum Germanicarum in usum scholarum, Hannover-Leipzig, 1912, c. 45, p. 71.”. Il Di Meo, scriveva che il Pappebrochio, scriveva coll’autorità di Ottone di S. Biase. Nel Tomo X della Nuova Enciclopedia popolare del 1848, si scrive di Toone da San Biase che egli scrisse una ‘Chronaca’, continuando l’opera di un altro prelato dell’epoca Ottone da Frisenga.

Muratori, Rerum ..., vol. VI, p. 861.JPG

Il Muratori in ‘Rerum Italicarum Scriptores, vol. VI, p. 863 e sgg., pubblicava la Chronaca di Ottone Abate di San Biagio, in particolare la notizia citata dall’Antonini è  nel Cap. XXXIX (39), si legge dell’anno MCXCIII (1197).

(…) Tramontana S., La Monarchia Normanna e Sveva, stà in AAVV., ‘Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico’, Storia d’Italia a cura di G. Galasso, UTET, vol. III, su Simone connestabile conte di Policastro, si veda pp. 623-625-629 (Archivio Storico Attanasio); dello stesso autore si veda: Tramontana Salvatore, Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi, ecc.., ed. Carocci, Roma, 2000, p…. (Archivio Storico Attanasio).

(…) Ventimiglia F. A., Cilento illustrato, a cura di Francesco Volpe, ed. E.S.I., Napoli, 2003; si veda pure dello stesso autore: Ventimiglia F.A., Memorie storiche del Principato di Salerno, si veda pure dello stesso autore: Memorie storiche dei casali del Castello dell’Abate, Napoli, 1827.

(…) Bruni Ettore, I fatti e le Idee, ed. Signorelli, Milano, 1967, vol. I, p. 67.

(…) Gatta Costantino, La Lucania illustrata ecc.., Napoli, per Antonio Abri, 1723. Si veda pure, Gatta Costantino, Memorie topografico-storiche della provincia di Lucania ecc…., opera postuma di Costantino Gatta data alla luce da suo figlio Giuseppe, Napoli, stamperia Muziana, 1743.

(…) Annales Cassinenses o ‘Chronicon Anonimo Casinensis’, di Domenico ALberico, pubblicato dal Muratori A.L. (…), in ‘Rerum Italicarum Scriptores, Tomo V, p. 135 e sgg., è un’opera tra le più importanti della storiografia medievale italiana, la ‘Chronica monasterii Casinensis’ di Leone Marsicano o Leone Ostiense. Nella sua prima stesura risale agli anni immediatamente successivi al 1099, opera di Leone Marsicanus, noto anche con lo pseudonimo di Leone Ostiense è stato un monaco bibliotecario, cronista e storico dell’Abazia di Montecassino. Di questo ‘Chronicon’ (…), si veda p. 143 del Muratori (…), anni MCXCIII e sgg., nell’immagine ivi:

(…) Pietro da Eboli (in latino Petrus de Ebulo; nato ad Eboli, 1150 e morto intorno al 1220, è stato un poeta e cronista, vissuto a cavallo del XII e XIII e vicino alla corte sveva. Fedele alla politica di Enrico VI, gli dedicò il Liber ad honorem Augusti (noto anche come Carmen de Rebus Siculis o Carmen de motibus Siculis), opera in distici e in tre libri, nella quale celebrò la conquista del Regno di Sicilia, tessendo le lodi dell’Imperatore. Con Pietro da Eboli ha inizio il processo di mitizzazione  della figura di Federico II di Svevia: già Liber ad honorem Augusti, attraverso i ‘presagia’ che scandiscono la nascita dell’erede Hohenstaufen, iniziano a prendere corpo letterario e cronachistico le attese escatologiche che si concentrarono sull’agire storico di Federico II, e ne accompagnarono la figura ben oltre la morte. Nell’opera sembra presente anche un’allusione a un doppio nome ricevuto dello svevo, Federico Ruggero, una circostanza riportata dagli Annali di Montecassino ma negletta in genere dalle altre fonti. Si veda Fulvio Delle Donne, Pietro da Eboli, Enciclopedia Federiciana, Vol. II, Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

(…) ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’ . Il ‘Chronicon Sancti Bartholomei de Carpineto’, è una cronaca scritta dal monaco Alexandro (Alessandro Monaco), ‘Chronicon Liber Monasterii Sancti Bartholomei de Carpineto‘. Scrive lo scrittore Salvatore Tramontana (…), che, in questa ‘Chronaca’ del tempo, si fa menzione dei fatti storici che riguardano l’Imperatore Enrico VI di Svevia e Tancredi di Lecce: “In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia.” . Su questo manoscritto, lo scrittore Tramontana (… si veda pp. 56 e ssg.), parlando di Tancredi di Lecce, al tempo dell’Imperatore Enrico VI, scriveva che: “Le miniature di Pietro da Eboli e un passo del Chronicon Sancti Bartolomei de Carpineto, farebbero invece pensare ecc.…”. Sul finire del XII secolo, Alessandro, monaco Benedettino del cenobio di San Bartolomeo di Carpineto, ogg in Provincia di Pescara, si accinse a raccogliere in un’opera la storia del suo monastero ed a trascrivere, in forma estesa e abbreviata, i documenti regi, pontifici e privati, che costituivano la base giuridica delle proprietà e delle prerogative del Monastero stesso. Su questo manoscritto, si veda Alexandri Monachi, Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto, a cura di Berardo Pio, Istituto Storico Italiano per il Medioevo, Fonti per la Storia dell’Italia Medievale, Roma, 2001. Bernardo Pio, nella sua prefazione al testo (…), scriveva che: “L’opera del monaco è costituita da n. 6 libri di cronaca che narrano gli eventi dal 962 al 1194, anno in cui muore Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia) e prende l’avvento l’Imperatore Enrico VI di Svevia. Poiché il 6° libro si conclude con la benedizione pontificia dell’abate Gualtiero di Civitaquana, avvenuta il 28 settembre 1194, è evidente che i sei libri delle chronache furono completati poco dopo tale data. Comunque, la parte narrativa fu sicuramente completata prima del mese di Aprile dell’anno 1195, perché nell’ultimo libro della ‘Chronaca’ non si fa alcun riferimento alla lettera con la quale Enrico VI, imperatore tedesco e re di Sicilia, accordava la sua protezione al monastero (28).”.

(…) Alessandro Telesino (…), a cui probabilmente si rifà l’Ughelli (…), Alessandro Telesino o di Telese (in latino: Alexander Telesinus; … – 1136), fu l’abate di San Salvatore, in Telese. È ricordato soprattutto come cronachista e storico dell’epoca Normanna. Alessandro successe all’abate Giovanni alla guida dell’Abbazia, certamente prima del 1127. Si dimostrò uomo colto e astuto. Ad Alife conobbe Matilde di Altavilla, sorella di Ruggero II di Sicilia e moglie del conte Rainulfo III di Alife. Diventato amico della contessa, scrisse la sua opera più importante, la Ystoria Rogerii regis Sicilie Calabrie atque Apulie, biografia accurata di re Ruggero II, una biografia di Ruggero II di Sicilia che copre in dettaglio gli anni successivi al 1127 e fino al 1136, ove termina bruscamente. Fu scritta su commissione della sorella del sovrano, Matilda, moglie di Rainulfo di Alife, e si tratta senz’altro di propaganda a favore del re normanno, anche se Rainulfo era il peggior nemico di Ruggero. Si abbina bene con la cronaca del suo contemporaneo Falcone Beneventano, che si oppone invece a Ruggero. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”, il Muratori, dice di pubblicare nel suo libro IV, il manoscritto del Telesino, le gesta del re Ruggero di Sicilia, a p. 607. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. Alexandri Telesini Coenobii Abbatis De Rebus Gestis Rogerii Siciliae Regis e Alexandri Abbatis Telesini Alloquium ad Regem Rogerium in: ‘Rerum Italicarum Scriptores’ a cura di Ludovico Antonio Muratori, vol. V, Milano 1724, pp. 609–645. Ludovico Antonio Muratori (…), pubblicò il suo manoscritto. Nel V volume dell’edizione palatina del ‘Rerum Italicarum Scriptores’, lo conteneva da p. 607. Il Muratori (…), scrive: “Alexandri Telesini Coenobii Abbatis ‘De rebus gestis Rogerii Siciliae Regis’ libri quatuor, in praesenti edizione cum veteribus collati, et summa Capitum ad Lectorum commodum distincti ac exornati p. 607”. Il testo del Muratori è il fascicolo n. 211, e credo che il testo di Alessandro Telesino sia contenuto nel fascicolo successivo pubblicato dal Muratori, ovvero il fascicolo n. 213. “Alexandri Telesini De rebus gestis Rogerii Siciliae regis”, è stato pubblicato in Giuseppe Del Re, ‘Cronisti e scrittori sincroni napoletani’, vol. I, Napoli 1845, pp. 82–156. Per Alessandro di Telese, Storia di Ruggero II, I, 2 (si dovrebbe trattare del Del Re).

(…) Del Re Giuseppe, Cronisti e scrittori sincroni diti e inediti – Storia della Monarchia dei Normanni – della Dominazione Normanna nel Regno di Puglia e di Sicilia, Napoli, Stamperia dell’Iride, 1845, vol. I, si veda da p. 90.

(…) Sigonio Carlo, Historiarum del Regno Italiae, Tip. Bonon., 1580

(…) L’Antonini (…), nella sua nota (2), citava il ‘Tavolario Valente’. Il ‘Tavolario Valente’, citato dall’Antonini (…), abbiamo trovato in un testo ‘Allegazioni’ di Giuseppe Pasquale Cirillo (…), Tomo VI, p. 112, che si parla del ‘Tavolario Vecchione’, dove si parla di una causa del 1755, vertente tra i Conti di Policastro e il Principe Palazzuolo, su cui dovremo indagare ulteriormente. In buona sostanza si tratta di una sorta di Registro Catastale, utilizzato anche nella Causa citata dall’Antonini e che riguardava il territorio e la proprietà della Molpa “vedesi dalla relazione che ne fa nel MCXLVI (1146) il Tavolario Valente, posta al f. 215, del Processo del ‘S. Consiglio ‘Inter Cassan. dram Oliverio, & creditores D. Antonii Caraccioli in Banca de Litto, scriba Santelia’, ed in questi siti oggi appena si trova vestigio.”.

Cirillo, tomo 6, p. 112

Sui tavolari, si scrive nella rivista Napoli Nobilissima, diretta da Raffaele Mormone, che dice: “Il corpo dei tavolari creato in età aragonese, comprendeva esperti nell’apprezzo dei beni burgensatici o feudali e nella … tra il ‘600 e il ‘700, si annoverano i tavolari Onofrio Tango, Giuseppe Parascandolo, Pietro Vinaccia e Luca Vecchione.”. Scrive Giovanni Brancaccio (…) che: “Nato come ufficio della Gran Corte della Vicaria, il Collegio dei Tavolari dopo la fondazione del Sacro Regio Consiglio fu … Il 21 febbraio 1739, gli Eletti del Tribunale di San Lorenzo nominavano l’ingegnere regio Luca Vecchione tavolario di …”.

(…) Brancaccio G., Geografia, cartografia e storia del Mezzogiorno, Napoli, p. 241.

(…) Alberto di Aix, Alberto di Aquisgrana ((LA) Albericus o Albertus Aquensis; fine dell’XI secolo – post 1120) fu un cronachista della Prima Crociata. Era canonico e custode della chiesa di Aquisgrana. Non si conosce altro della sua vita, tranne che fu l’autore della ‘Historia Hierosolymitanae expeditionis’, chiamata anche ‘Chronicon Hierosolymitanum’ de bello sacro o ‘Liber Christianae expeditionis pro ereptione, emundatione, restitutione sanctae Hierosolymitanae ecclesia’. Un’opera in latino, costituita da dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150, che inizia con l’Appello di Clermont, racconta le fortune della Prima Crociata e l’inizio della storia del Regno di Gerusalemme e termina piuttosto bruscamente nel 1121. Era ben conosciuta durante il Medioevo, e fu largamente usata da Guglielmo, Arcivescovo di Tiro, per i primi sei libri della sua “Belli sacri historia”. In epoca moderna è stata accettata senza riserve per molti anni dalla maggior parte degli storici, incluso Edward Gibbon. Più recentemente, il suo valore storico è stata impugnata seriamente, ma il verdetto dei maggiori accademici sembra essere che in generale esso costituisce un registrazione veritiera degli eventi della Prima Crociata, sebbene contenga qualche materiale leggendario. Alberto non visitò mai la Terra Santa, ma sembra aver avuto una considerevole quantità di colloqui con i crociati di ritorno dalla Terra Santa, ed aver avuto accesso ad una notevole corrispondenza. La prima edizione della cronaca fu pubblicata ad Helmstedt nel 1584; una buona edizione è in Recueil des historiens des croisades, tomo IV, Parigi 1879.

(…) Annalista Salernitano o Anonimo Salernitano, Chornicon Salernitanum, Dialoghi, 1. 3, c. 17 (vedi nota 21 del Gaetani (22), op. cit., p. 29. Il Chronicon Salernitanum, o Chronicon Anonymi Salernitani, è una cronaca anonima, scritta probabilmente attorno al 990 (974 secondo altri), che narra vicende riguardanti soprattutto i laici dei principati di Benevento e Salerno. Costituisce una fonte importantissima per lo studio della storia dei principati della Langobardia minor dall’VIII al X secolo. Inizia con il racconto, tratto dal Liber Pontificalis, dei tentativi di impadronirsi di Roma attuati dai Longobardi a partire dall’VIII secolo e della conseguente fine del Regno longobardo causata dall’intervento di Carlo Magno in difesa del Papa. La narrazione termina bruscamente nel 974 mentre il Principe di Capua e di Benevento con Pandolfo Testadiferro si accinge ad assediare Salerno, dove erano asserragliati coloro che avevano spodestato il Principe di Salerno Gisulfo. Nicola Acocella, scriveva nella sua, La traslazione di san Matteo. Documenti e testimonianze, 1954, p. 12, che il Chronicon ci è giunto in forma di compilazione anonima che antichi autori tendevano erroneamente ad attribuire ad Erchemperto. Huguette Taviani-Carozzi ha attribuito l’opera a Radoaldo di Salerno, abate del Monastero Benedettino di Salerno. Una delle copie fu certamente nelle mani di Leone Ostiense che la tenne in debito conto. Si veda Ulla Westerbergh, Chronicon Salernitanum. A critical edition with Studies on Literary and Historical Sources and on Language Stoccolma, 1956; Massimo Oldoni, Anonimo salernitano del X secolo, Napoli, 1972; Huguette Taviani-Carozzi, La principaut lombarde de Salerne (IXe-XIe). Pouvoir et societé en Italie lombarde meridionale, École française de Rome, Roma, 1991, pp. 62-95. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto Chronicon Cavense o Annalista Salernitanus (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel Seicento da Camillo Pellegrino (…). Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie (Nicola Cilento), dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855

(…) Pratilli F. M., noto per il suo lavoro realizzazione di falsi documentali e fonti primarie apocrife. Un esempio di documento apocrifo è il cosiddetto ‘Chronicon Cavense’ o ‘Annalista Salernitanus’ (da non confondere con gli autentici Annales Cavenses). Pratilli lo aggiunse al IV volume della nuova edizione che egli volle dare a Historia principum Langobardorum (Napoli, 1643), mescolandolo nella raccolta di cronache genuine dell’Italia meridionale realizzata nel ‘600 da Camillo Pellegrino. Il Chronicon Cavense, a lungo considerato autentico e degno di nota, nel 1847 è stato definitivamente relegato dalla filologia nel novero delle opere spurie, dall’accurata esegesi di Georg Heinrich Pertz e Rudolf Köpke. La fabbricazione del Chronicon Cavense è stata definita da Herbert Bloch come «la più audace falsificazione tra quelle compiute nel XVIII secolo». Si veda pure: Capasso B., La Cronaca Napoletana di Ubaldo edita dal Pratilli nel 1751 ora stampata nuovamente e dimostrata una impostura del secolo scorso, Napoli, 1855.

(…) Santoro Paolo Emilio, Historia Monasteri Carbonensis, Ordinis Sancti Basilii, Roma, 1601, che racconta la storia del Monastero di SS. Elia e Anastasio a Carbone (PZ). Del Monastero di S. Elia a Carbone (PZ), ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. E’ molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”. Interessantissima la ricostruzione storica che fa il Santoro, che possiamo leggere nella traduzione di Marcello Spena (42), parlando della storia del Monastero del Carbone, ci narra di S. Nilo da Rossano e di S. Luca e di S. Bartolomeo da Rossano, poi ci parla dei Normanni, del Guiscardo ecc.. In questo testo, si parla delle donazioni dei principi normanni, di Tancredi di Lecce e di Enrico VI (Arrigo).

(…) Spena Marcello, Paolo Emilio Santoro, Storia del Monastero di Carbone dell’Ordine di S. Basilio, Napoli, 1831, ma questa II edizione, ed. Pellizzone, 1859 (Archivio Storico Attanasio da Google libri), che parla del Monastero del Carbone. Del Monastero di S. Elia in Carbone, ha scritto anche Angelo Bozza (…), nella sua ‘Lucania’, e ne parla alla voce ‘Carbone’ , a p. 132, scrive che in questo paesino della Lucania, “L’antico e nobile monastero di S. Elia in Carbone andò poi distrutto dopo la soppressione di molti monasteri nel 1809, ed andarono allora perduti e dilapidati, la biblioteca ricca di molti greci volumi, e l’archivio zeppo di preziosi monumenti che ivi da secoli si conservavano, con gravissimo danno. L’Arcivescovo di Urbino, Paolo Emilio Santoro, che l’ebbe in commenda nel 1477, ha descritto in latino la storia di questo Monastero, che poi fu tradotta e continuata da D.r M. Spena nativo di Carbone (8 Napoli 1831);”. L’esemplare del Santoro (…), è molto raro. Infatti, per la sua traduzione al latino all’italiano, Marcello Spena, scrive che: “Così rara che si conviene solamente nella Biblioteca Brancacciana di S. Angelo a Nilo a Napoli, d’onde ne abbiamo ritratto una copia manoscritta.”.

(…) Cataldo Giuseppe (Sacerdote), Notizie storiche su Policastro Bussentino, Seminario Vescovile, 1973, inedito (Archivio Storico Attanasio); si veda pure: Cataldo G., Teodoro Gaza, umanista greco ed Abate del Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, Salerno, 1993; si veda pure: ‘Brevi notizie storiche su Bosco’, Policastro Bussentino (SA), 1988. Per tutte le notizie riguardanti l’Abbazia o il Cenobio basiliano di S. Giovanni a Piro, le origini e i possedimenti. Per il documento (5), si veda p. 19, nota 71.

(…) Lo Curto V., Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Malaterra Goffredo, De Rebus gestis Rogerii Calabriae et Siciliae Comitis et Roberti Guiscardi ecc.., Parte II, stà in Raccolta degli storici italiani ordinata da L. A. Muratori, Bologna, Zanichelli, 1927, Tomo V – Parte I. Il Malaterra parla di Policastro nel Cap. XXXVII, ‘Roberto il Guiscardo assedia Aiello’ e, nel Cap. XXXVIII, ‘Viene costruito un castello a Petralia’. L’Ebner, nella sua nota (9) a p. 537, trae la notizia dal Goffredo Malaterra che nel suo vol. II, scriveva: “Anno vero dominicae Incarnationis MLXV Policastrum destruens incolas omnes apud Nicotrum, quod ipso anno fundavit adducens, hospitari fecit.”. Per l’opera  del Malaterra vedi pure: Goffredo Malaterra, Ruggero I e Roberto il Guiscardo, introduzione di Vito Lo Curto, ed. Cioffi, Cassino, 2002.

(…) Guglielmo di Puglia, cronista d’epoca Normanna che dedico la sua cronaca alle vicende di Roberto il Guiscardo e suo figlio Ruggero Borsa. Guglielmo di Puglia (in latino: Guillelmus Apuliensis; … – …) è stato un cronista attivo in Italia in epoca normanna, a cavallo tra la fine del secolo XI e l’inizio del secolo XII, noto come autore dei “Gesta Roberti Wiscardi”. L’opera, scritta in esametri, composta in cinque libri, fu conclusa, forse, tra il 1095 e il 1099. A dispetto del nome che la tradizione ci ha consegnato, non c’è materiale sufficiente per stabilire una sua origine pugliese(longobarda; Guglielmo non cela mai un certo astio invece nei confronti dei bizantini) o normanna, né tanto meno per affermare che egli fosse un uomo di Chiesa. L’opera, dedicata al figlio del Guiscardo, Ruggero Borsa, che ne fu il committente, ha come protagonista proprio il Guiscardo e si concentra su vicende pugliesi e sui rapporti dei Normanni con l’impero bizantino: proprio in ambiente pugliese, dunque, forse fu composta, come pure fa pensare il silenzio riguardo a fatti calabresi e campani. Guglielmo fa apparire la vicenda del Guiscardo come la naturale prosecuzione della secolare lotta compiuta dai Longobardi (visti come i “legittimi” signori del territorio) contro i Greci (signori dispotici ed “effeminati”) per il controllo dell’Italia meridionale. In sostanza Guglielmo cerca in questo modo di legittimare la conquista del Mezzogiorno da parte dei Normanni, rappresentando questi ultimi come continuatori del ruolo che era stato dei Longobardi (quello cioè, nella sua visione, di liberare il territorio dai Greci unificandolo sotto un unico dominio), come gli eredi della loro politica e della loro ideologia, e in definitiva della loro funzione storica. L’unico manoscritto medievale rimasto è quello conservato nella Bibliothèque Municipale d’Avranches (ms. 162, della fine del XII secolo) e proveniente dalla biblioteca dell’abbazia di Mont-Saint-Michel. Un altro manoscritto, utilizzato per l’editio princeps del 1582, proveniente dall’abbazia di Bec, è invece disperso.

(…) Cusa S., I diplomi greci ed arabi di Sicilia, pubblicato nel testo originale, tradotti ed illustrati, Palermo, 1868-82, p. 558 (Archivio Storico Attanasio).

(…) Il Chronicon Cassinese o ‘Chronicon Monasterii Casinensis’ di Leone Ostiense o Leone Marsicano. La Chronica sacri monasterii casinensis (“Cronaca del sacro monastero cassinese”), anche conosciuta come Chronica monasterii casinensis (“Cronaca del monastero cassinese”) o semplicemente Chronicon casinense (“Cronaca cassinese”), è una cronaca medievale redatta da Leone Marsicano (1046-1115) e poi “continuata” da Pietro Diacono (1107/1110-1159). Il testo tratta della storia dell’Abbazia di Montecassino dalla fondazione, ad opera di Benedetto da Norcia nel 529, fino al XII secolo, nonché delle vicende del territorio sottoposto all’Abbazia, ovvero lo stato feudale medievale della Terra Sancti Benedicti. La Chronica è suddivisa in quattro libri, l’ultimo dei quali venne redatto da Pietro Diacono diversi anni dopo la morte di Leone Marsicano. Per la redazione di questa cronaca medievale, Leone Marsicano, si servì della Chronaca di Romualdo Guarna Salernitano (…). L’originale in latino: “Chronica sacri monasterii casinensis”, Lutatiae Parisiorum, Ex Officina Ludovici Billaine 1668. Il Chronicon Cassinese, di Leone Ostiense, La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata dal Muratori, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, pp. 135.

(…) Il Chronicon rerum in regno Neapolitano gestarum è una cronaca di fatti occorsi nel Mezzogiorno d’Italia dall‘anno 855 al 1102 attribuita a Lupo Protospada: gli eventi più antichi furono attinti certamente dagli ‘Annales Barenses’, mentre maggiori dettagli si riscontrano per il periodo dal 1082 al 1102, in quanto contemporanei allo scrittore, in particolare, Lupo riporta con una certa attenzione, oltre a calamità e curiosità astronomiche (terremoto del 1087, cometa del 1098), gli eventi storici che portarono alla conquista normanna del sud e fatti di rilevanza religiosa (il terzo Sinodo di Melfi del 1089 e quello tenutosi a Bari nel 1099). Il Chronicon di Lupo fu poi utilizzato dall’Anonimo Barese per la stesura della sua Cronaca. Il Chronico di Lupo Protospada, fu una delle principali fonti storiografiche che utilizzò il cronista dell’epoca Romualdo Guarna Salernitano, nella stesura del suo ‘Chronicon sive Annales’. Romualdo Guarna, fu la sua fonte preferita fu il ‘Chronicon’ di Lupo Protospada di cui riprodusse molte parti. È importante notare che, pur copiando da quella Cronaca, egli non trascurò mai di correggere alcuni tratti e di dare spesso il giusto insegnamento. La Chronaca di Lupo Protospada, è stata pubblicata da Antonio Caracciolo, Antiqui chronologi quatuor Herempertus Langobardus, Lupus Protospata, Anonymus Cassinensis, Falco Beneventanus cum appendicibus historicis, Napoli 1626, e dal Muratori, “Lupi Protospatae Rerum in Regno neapolitano gestarum ab anno sal. 860 usque ad 1102 Breve Chronicon“, in Rerum Italicarum Scriptores, V, a cura di Ludovico Antonio Muratori, Milano, p. 145.

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(Fig….) Motzo B. R., Il Compasso da navegare, Cagliari, Università, 1947 (…).

(…) Monsignor Nicolaio o Nicolai Francisci, “Dissertatio Historico-Canonica de Episcopo visitatore” (citato anche dall’Atonini) (stà in  Scipione Maffei, Giornale de’ Letterati d’Italia, vol. III, p. 527)

Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia) e l’Imperatore Enrico VI di Svevia e re di Sicilia

Quando, Guglielmo II il Buono morì il 16 novembre 1189, a soli 36 anni di cui 25 di regno, non essendovi figli o discendenti diretti, si pose il problema della successione. Enrico VI di Svevia, Imperatore, re dei Romani e di Sicilia, figlio secondogenito dell’imperatore Federico I Barbarossa e di Beatrice di Borgogna e fratello maggiore Federico, duca di Svevia, morto nel 1169, fu escluso dalla successione a causa della debole costituzione fisica. Dal 1174 al 1178 il giovane Enrico, partecipò alla quinta spedizione del padre Federico Barbarossa in Italia. Enrico VI era figlio di Federico Barbarossa e della seconda moglie Beatrice di Borgogna. Il 29 ottobre 1184 ad Augusta fu accordato tra il padre e il sovrano di Sicilia Guglielmo II di Sicilia il suo fidanzamento con Costanza, figlia di re Ruggero II d’Altavilla e zia di Guglielmo II di Sicilia. Nel dicembre del 1193, all’età di 19 anni, morì re Ruggero III di Sicilia, amatissimo primogenito del re siciliano Tancredi di Lecce (IV re di Sicilia), che lo aveva da un anno associato al regno come suo futuro erede. Tancredi designò come futuro re di Sicilia l’altro figlio, il secondogenito Guglielmo III, di soli 9 anni, affidando la reggenza alla moglie Sibilla. Lo stesso Tancredi, che non riuscì a sopportare a lungo il dolore cagionatogli dalla perdita del figlio primogenito, si ammalò e morì poco dopo, il 20 febbraio del 1194 a 55 anni. In virtù del suo matrimonio con Costanza d’Altavilla, Enrico rivendicava per sé il trono di Sicilia. Liberatosi dei Guelfi e favorito dalle luttuose circostanze, Enrico VI calò nuovamente in Italia quattro mesi dopo, nel giugno del 1194 con un poderoso esercito, sicuro questa volta di non incontrare nessuna resistenza nel regno normanno. Col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, l’imperatore sottomise gran parte del regno di Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette a Troia il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. In quella sede l’imperatore nominò Cancelliere del regno di Sicilia e Puglia il vescovo Gualtiero di Pagliara. Temendo che, mentre lui logorava le sue forze sotto le mura del castello di Caltabellotta, il regno così conquistato si ribellasse, Enrico VI ricorse al tradimento e fece sapere alla regina Sibilla che, se avesse deposte le armi e la corona, lui avrebbe restituito a Guglielmo la paterna contea di Lecce e gli avrebbe concesso il principato di Taranto. Sibilla si recò così con il figlio a Palermo, fece atto di sottomissione e depose la corona. La notte di Natale del 1194 Enrico VI fu incoronato Re di Sicilia e poté annettere il regno al Sacro Romano Impero. La moglie Costanza, trattenuta a Jesi dalla gravidanza, il giorno dopo l’incoronazione di Enrico partorì l’attesissimo erede, il futuro Federico II, al quale fu imposto il nome di Federico Ruggero in onore dei due illustri nonni: Federico Barbarossa di Hohenstaufen e Ruggero II d’Altavilla. L’atto indegno perpetrato da Enrico nel dicembre 1194 a Palermo, comunque, in alcuni nobili siciliani risvegliò un senso di ribellione, ed era proprio quello che si aspettava l’imperatore per scoprire tutti coloro che gli erano contro, per eliminarli e metterli in prigione. Così dopo due anni, nel 1196 scoppiò un’insurrezione generale in Italia meridionale, quando l’imperatore era in Germania. Enrico tornò in Sicilia la sua risposta fu tremenda: il giorno di Natale del 1196, di ritorno dalla Germania, tenne una solenne corte in Capua, nella quale, secondo una prassi antica, dette alcuni esempi di Schrecklichkeit (terribilità): Riccardo di Acquino, catturato da Diopoldo, dopo essere stato trascinato a coda di cavallo per tutte le vie di Capua, fu appeso alla forca per i piedi. Soltanto dopo tre giorni, un buffone dell’imperatore, ne ebbe pietà e ne affrettò la fine. E’ proprio a questo periodo e a questi fatti che si riferiscono alcune notizie storiche sulle nostre terre ed in particolare sulla ennesima distruzione di una città scomparsa chiamata ‘Molpa’ e forse su Policastro, citata dall’Antonini, di cui parlerò. Scrive lo storico Salvatore Tramontana, a p. 57 del suo ‘Il Mezzogiorno Medievale, Normanni, Svevi’ (…): “Dopo i primi rapidi risultati Enrico VI, a causa di taluni disordini in Germania e di una sua malattia, era però costretto a rinviare l’offensiva che riprendeva solo alla morte di Tancredi d’Altavilla, avvenuta a Palermo il 10 febbraio 1194. In breve tempo, l’Imperatore di Germania occupava Napoli e Salerno, per spingersi in Calabria e poi in Sicilia. Il 28 ottobre era già in Messina e la notte di Natale del 1194 cingeva la corona del Regno di Puglia e di Sicilia nella cattedrale di Palermo.”. Scrive Berardo Pio, nella sua prefazione al ‘Chronicorum Liber Monasterii Sancti Bartholomei De Carpineto’ (…), una cronaca del tempo scritta dal monaco Alexandro del Cenobio pescarese, che: “Questi eventi, si svolsero nel pieno della lotta per la successione fra Enrico VI di Svevia e Tancredi d’Altavilla. Dopo un primo momento di sbandamento, Tancredi, riuscì a prendere il controllo di tutto il regno, e verso la fine del 1191, raggiunse l’Abruzzo dove sottomise il conte Rainaldo che era uno dei principali fautori di Enrico e Costanza.”. Tancredi morì di una malattia non meglio precisata nel febbraio del 1194, mentre era impegnato in una campagna nella parte peninsulare del regno per ridurre all’obbedienza i suoi vassalli di fede imperiale. La sua successione fu molto travagliata: il primogenito Ruggero era morto nel 1193 e al suo posto venne designato re di Sicilia il fratello minore Guglielmo III, di nove anni, con la reggenza della madre Sibilla di Medania sino alla maggiore età. L’Imperatore tedesco Enrico VI, nel frattempo, col sostegno delle flotte genovesi e pisane e con la forza delle armi, dopo essersi garantito la neutralità dei Comuni lombardi col Trattato di Vercelli del 12 gennaio 1194, sottometteva la Sicilia. Nell’autunno del 1194, ricevette, a Troia, il giuramento di fedeltà dei feudatari rimasti fedeli agli Altavilla. Enrico riuscì a salire al trono di Sicilia insieme alla moglie Costanza, con un sanguinoso intervento armato nel dicembre 1194, destituendo il giovane Guglielmo III, ponendo così fine all’esistenza autonoma del Regno di Sicilia. Pietro Ebner (…), sulla scorta di Schipa (…), a p. 227 del suo vol. I del suo ‘Economia e società nel Cilento medievale’ (…), scriveva in proposito: “La chiesa avallando il potere politico di vescovi e di abati feudali favorì il formarsi, anche nel territorio, di baronie ecclesiastiche. A quella di Agropoli del vescovo barone di Capaccio, e di Castellabate dell’abate-barone della SS. Trinità di Cava (54), si aggiunge anche quella di Torre Orsaia del vescovo-barone di Policastro (55) e la baronia dell’abate di S. Maria di Grottaferrata di Rofrano, che con Rofrano, possedeva anche Caselle (“quod tenet Casellam”): ‘Catalogus baronum’, n. 492), con le sue undici dipendenze.”. L’Ebner, a p. 227, alla sua nota (55), riguardo Policastro, postillava: “Non è notizia, almeno finora, di qualche monaco di Francia, tra quelli venuti a cercar fortuna presso la Curia romana o la Corte normanna (Amari, III, p. 223), che si sia fermato nel territorio o di sacerdoti di Francia nominati vescovi, come in Sicilia.”. Scriveva Infante (…), che: “intanto nel 1186, l’Italia Meridionale, con il matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio di Barbarossa, non era più soggetta al dominio Normanno ma diventava Sveva. In tale periodo, Policastro restò Contea e i suoi Vescovi furono insigniti del titolo baronale”. Il Cataldo (…), parlando di Policastro, scriveva che: “L’Italia meridionale nel 1186, col matrimonio di Costanza d’Altavilla ed Enrico VI di Svevia, figlio del Barbarossa (Federico I di Svevia), usciva dal dominio Normanno e passava definitivamente a quello degli Svevi.”. Scrive sempre il Cataldo (…), sulla scorta del Laudisio (…), che: “Policastro restò sempre Contea e i suoi vescovi furono sempre insigniti del titolo baronale: ‘N.N. Episcopus Polycastrensis terrarum Turris Ursajae et Castri Rogerii atque feudis Seleucii utilis Dominus ac Baro’“. Il Cataldo (…), scrivendo del Campanile della Cattedrale di Policastro, sulla scorta del Laudisio (…), scriveva a p. 18 del suo dattiloscritto inedito: “La data di erezione è del 1167, sotto il vescovado di Giovanni, III vescovo di Policastro, e il dominio del re Normanno Guglielmo II il Magnifico, come si legge dalla lapide, ancora esistente, incassata nel parapetto sottostante alla scalea che conduce alla porta laterale della sagrestia. Detta lapide s’interpreta così: “Nel tempo del Re Guglielmo II il Magnifico, Giovanni III (Vescovo di Policastro) fece fare quest’opera (dedicandola) a Maria nel 1167. Mons. Laudisio ne spiega la dicitura: “Tempore Magnifici W (lielmi) secundi regis Joannes III Episcopus Domino et Beatae Mariae) hoc opus fieri fecit MCLXVII anno Incarnationis Christi m(ense) aprili XV ind (ictione) II.”.

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Scrive Amedeo La Greca (…), nei suoi ‘Appunti di Storia del Cilento’, che: “Soprattutto sotto il regno di Costanza d’Altavilla, sposa e vedova di dell’Imperatore Enrico VI, i feudatari normanni avevano usurpato molti titoli e proprietà, specie a danno del demanio regio e della Badia di Cava.”.

(…) Mons. Nicolaio,

(…) Corcia Nicola, Storia delle Due Sicilie, dall’antichità più remota al 1789, Napoli, p…..(Archivio Storico Attanasio)

(…) Romanelli Domenico, ‘Antica topografia istorica del Regno di Napoli’, Napoli, 1815, p…, stà in ‘Il Cilento, Paestum e il Picentino, a cura di Ferdinando La Greca, ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Agropoli, 2000 (Archivio Storico Attanasio)

Holstenio,

(…) Holstenius (Olstenio) Lucas, (Note  all’Italia antiqua di Cluverio (18)), Lucae Holstenii Annotationes in geographiam sacram Caroli a S. Paulo; Italiam antiquam Cluverii et thesaurum geograficum ortelii, ecc.., Roma, typis Iacobi Dragondelli, 1666 e altra edizione del 1624, pp. 22 e 288. Luca Olstenio, in questo libro, a p. 22  e a p. 288, parla e commenta le pagine 1262 e 1263 del libro di Filippo Cluverio o Philipp Cluverius o Philipp Cluver o Kluver, il quale scrisse l’Italia antiqua, che a p. 1263 parla di ‘Blanda oppidum’. Si veda pu- re: Almagià R., L’opera geografica di Luca Holsteno, Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, 1942.

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(Fig….) Mario Nigro, Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, p. 199.


(…) Negro Mario (o Dominicus Marius Niger, Veneto), Geographie, commentarorium libri XI nunc primum ecc…, Basilea, 1557, nella ‘Lucanie Regiones fitus’, di Geographie Commentarii VII, p. 199. L’antico testo di Mario Nigro o Dominicus Marius Niger, Veneto, commenta il libro XI della Geografia di Strabone

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(…) Cluverio Filippo, Italia antiqua, 1624, Lugduni Batavorum, Elsevier, 1624, II, p. 1263, parla di Porto de Sapri e di Blanda. Pubblicata postuma per la prima volta a Leiden nel 1624, se ne conoscono non meno di 25 edizioni almeno fino al 1729, pubblicate ad Amsterdam, Venezia, Londra, Parigi, Oxford, ecc. dai più prestigiosi editori dell’epoca.

Pomponio Mela mappamondo xilografia veneziana 1482

(…) Pomponio Mela, De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). Il geografo latino Pomponio Mela, secondo il Cluverio (…), ci parla di ‘Blanda’ nel suo Libro II, Cap. IV. Recentemente abbiamo ottenuto la riproduzione dall’originale del testo, conservato alla Biblioteca Nazionale di Monaco in Austria. Il geografo latino Pomponio Mela (…), secondo il Cluverio (…), ci parla della città di Blanda, nel suo Libro II, Cap. IV. Pomponio Mela (Tingentera, fl. I secolo d.C. – Roma, dopo il 43 d.C.) è stato un geografo e scrittore romano. Quella di Pomponio Mela è la più antica opera geografica conservata della letteratura latina, pervenuta nei codici con vari titoli: De Chorographia (Descrizione dei luoghi), Cosmographia (Descrizione del mondo) ovvero anche De situ orbis (La posizione della terra). L’opera, come si può già evidenziare dai suoi titoli, intende descrivere il mondo conosciuto. Pomponio Mela, nato con molta probabilità al limite massimo del mondo conosciuto ai tempi (Colonne d’Ercole), subisce questo fascino per il mondo, i posti remoti e poco conosciuti. Infatti l’opera, secondo un gusto per le favole mitiche e per i fatti e le cose straordinarie, definisce quali possano essere i confini della terra descrivendo i luoghi più lontani: prendendo come punto di riferimento il Mediterraneo e partendo da Gibilterra segue in senso antiorario una descrizione dell’oikumene, cioè dei luoghi abitati in particolari quelli lungo le coste e tratta più sommariamente i territori interni. L’interesse descrittivo di Mela si pone sulla descrizione fisica dei luoghi, ma talvolta descrive anche le città. Non era certo un mondo molto grande, rispetto a come lo conosciamo oggi, quello descritto da Mela, ma dopotutto le navi allora non erano ancora capaci di attraversare i grandi oceani e scarso era l’interesse verso l’Africa. Sicuramente anche la presenza del deserto non favoriva l’interesse ad una conquista politico militare in quei luoghi e la geografia, nonostante la volontà ellenistica di condurla sul binario di scienza oggettiva, si poneva, in realtà, come una descrizione dello spazio sul modello degli antichi peripli. L’opera ha uno stile caratterizzato da rapidità e concisione che fa credere che potesse essere un compendio destinato alle scuole o al grande pubblico: tuttavia, Mela si sforza di abbellire la nuda descrizione con clausole ritmiche che ne mostrano le pretese artistiche, anche se non mancano talvolta errori di stile e lessico dovuti all’incomprensione delle fonti, tra le quali si annoverano Cesare, Livio e Cornelio Nepote tra i romani, Posidonio, Eratostene ed Erodoto (per i fatti meravigliosi). Proprio in base a Erodoto, sono inserite a volte digressioni a carattere storico o letterario o anche etnografico per spezzare l’arido tecnicismo della materia.

(…) Di Mauro Angelo, I sette sentieri della memoria , luoghi e leggende ecc.., ed. Centro di Promozione culturale per il Cilento, Acciaroli, 2007 (Archivio Storico Attanasio)

Camera

(…) Camera Matteo, Istoria della città e costiera di Amalfi, Napoli, 1836, pp. 7-20; di questa edizione lo Schwarz (…) a p. 24 del saggio tradotto da Vitolo scriveva che: “Una ristampa eseguita a Cava dè Tirreni nel 1955 presenta diversità nella numerazione delle pagine e delle note). Per la bibliografia e le pubblicazioni del Camera vedi G. Del Giudice, ‘Della vita e dele opere di Matteo Camera’, in ‘Memoria di Camera’, pp. 3-24. Sempre lo Schwarz nel suo saggio a p. 24 in proposito ai testi del Camera scriveva che: “La sua opera principale sono tuttavia le ‘Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi cronologicamente ordinate e continuate fino al XVIII secolo’, che egli pubblicò in due volumi negli ultimi anni della sua vita (35), facendovi confluire una gran massa di materiale inedito (36).”.

La Greca e Vladimiro

(…) La Greca Ferdinando Valerio Vladimiro, Paesaggio antico e medievale nelle mappe aragonesi nelle carte di Giovanni Pontano – Le terre del Principato Citra, ed. Centro di Promozione culturale del Cilento, 2008 (Archivio Attanasio)

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Nel 1882, il Sacerdote Rocco Gaetani, consegnava alle stampe il suo primo studio, dal titolo:  “L’antica bussento, oggi Policastro-Bussentino, la sua prima sede episcopale, studio storico-critico del sacedote Rocco Gaetani” (…), che recentemente abbiamo acquisito nel nostro Archivio, a mezzo di un acquisto. Il libretto consta di ventinove pagine. Da una ricerca effettuata all’OPAC, risultava che un esemplare di questo saggio, doveva trovarsi in dotazione alla Biblioteca del Centro Culturale dell’Università di Torre Orsaja, ma pare sia andato perso. Il Gaetani (…), traendo alcune notizie dal manoscritto di Luca Mannelli (…), mostratogli dal Volpicella (…) – di cui in seguito pubblicherà un ulteriore secondo saggio: Gaetani Rocco, Mannelli Luca, Notizie di Policastro Bussentino dalla storia lucana del Mannelli /pubblicate la prima volta dal manoscritto pel sac. Gaetani Rocco (…), conservato alla Biblioteca Nazionale di Napoli –  in questo primo suo studio (…), fa un primo tentativo di ricostruzione storica dell’antica Bussento, poi Policastro Bussentino, citando interessanti notizie storiche e fonti bibliografiche di pagine 27-28-29. Il Gaetani, aveva pubblicato altri suoi studi teologici. E’ stato Bibliotecario dell’Archicio Diocesano di Policastro Bussentino al tempo del Vescovo Cione. In seguito pubblicherà altri scritti sulla storia di Torraca e quindi di Sapri: “La fede degli avi nostri, o ricordi storici della Chiesa di Torraca” (…), nel 1906 e poi nel  1914, il saggio su “Giovan Giacomo Palamolla detto il Palemonio” (…), ambedue ristampati a cura della nipote Rossella Gaetani. Buona lettura.

(….) Cassese Leopoldo, La Tabule de Amalpha, ed. Di Mauro, Ente Provinciale per il Turismo di Salerno, 1965 (Archivio Attanasio)

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(…) Schwarz Ulrich, Amalfi nell’alto Medioevo, ristampa a cura del Centro di Cultura e Storia Amalfitana, con introduzione di Giovanni Vitolo, Amalfi, 2002 (Archivio Attanasio)

(…) AA.VV., Istituzioni civili e organizzazione ecclesiastica nello stato medievale Amalfitano, Atti del Congresso Internazionale di Studi Amalfitani (Amalfi, 3-5 luglio 1981), Amalfi, ed. Presso la sede del Centro, 1986

(…) Berza Michail, ‘Le origini di Amalfi nella leggenda e nella storia’, in “Studii italiani”, 6, (1940), pp. 6 s.; si veda il testo di Schwarz

Marino Freccia

(…) Freccia Marino, De Subfeudis Baronum, & Inuestituris Feudorum, 1579

Collenuccio e Mambrino Roseo

(…) Collenuccio Pandolfo, Compendio dell’Historia del Regno di Napoli composta da M. Pandolfo Collenutio Iuriconsulto in Pesaro, con la giunta di M. Mambrino Roseo da Fabriano ecc…,

(…) Maffei Raffaele detto il ‘Volaterrano’, Commentariorum vrbanorum Raphaelis Volaterrani, octo et triginta libri, accuratius quam antehac excusi, praemissis eorundem indicibus secundum tomos ut ab autore conscripti fuerunt: quibus accessit nouus, res ac uoces in philologia explicatas demonstrans, quo superiores editiones carebant hactenus. Item Oeconomicus Xenophontis, ab eodem Latio donatus’, Basilea,………

(….) Capaccio Giulio Cesare, ‘Historiae Neapolitanae‘, ed. Gravier, 1771; la prima edizione di questo libro è intorno al 1609. Fra le sue varie attività, si occupò anche di antiquariato, ma il suo apice lavorativo lo ottenne nel 1607: venne nominato da don Juan Alonso Pimentel de Herrera, viceré del regno di Napoli, Segretario della città di Napoli, con il compito, tra le varie mansioni, di distribuire olio e grano alla popolazione. Durante il suo incarico pubblicò numerose opere di storia e geografia riguardanti l’area partenopea, fra cui Neapolitana Historia, la sua principale opera, infatti è considerato lo storico più accreditato della città di Napoli, dagli inizi fino all’epoca Barocca, e fu il primo ad iniziare gli scavi archeologici nella Magna Grecia di Pesto, oggi Paestum, sito archeologico ubicato sul territorio del Comune di Capaccio (SA).

(…) Barra Francesco, ‘Storia di un territorio – Palinuro, Molpa, S. Severino, Foria, Centola’, ed. Terebindo, Avellino, 2017 (Archivio Attanasio); si veda pure dello stesso autore: “Ferdinando Galiani e la Badia di S. Maria degli Angeli di Centola” stà in “Il Picentino”, a. CX, nn. 1-2, gennaio-giugno 1975, pp. 13-19.