Cilento Covid-19 zona verde e blu

La dimensione dei Comuni per uscire dalla Pandemia: considerazioni a piede libero!

Ahimè

Sembra risorgere di nuovo il delirio delle chiusure a prescindere, che tanto piace agli sceriffi e che si porta dietro lo strascico dei funs osannanti, anch’essi a prescindere.

Come se nulla fosse successo e nulla ci avesse insegnato quest’ultimo faticosissimo anno.

Certo, le direttive arrivano dall’alto, la prefettura è stata chiara e determinata. E questo è benzina di alta qualità per chi già arde di suo dal desiderio di esprimere la propria attitudine, a prescindere.

Ma le emozioni, le passioni, sono una gran bella cosa e danno senso alla vita. Devono, però, trovare riscontro operativo esclusivamente nel piano di azioni interferenti con la sfera personale e non sociale. Per le quali è invece indispensabile una analisi meno ‘caliente’ e più oggettiva.  Tanto più oggettiva quanto maggiore è la platea cui la azione consequenziale è rivolta.

Non me ne vogliano quindi i sostenitori dello sceriffismo a prescindere se provo comunque, nel pieno della ri-onda emozionale a fare qualche considerazione “fuori moda”.

A mio modestissimo parere, emergono dopo un anno alcune considerazioni:

  • i dati acquisiti ci indicano che i focolai della pandemia in atto sono spesso familiari o rionali;
  • la gestione regionale della pandemia non ha portato e non porta ad intravedere una spirale risolutiva del fenomeno.
  • è auspicabile, che la vaccinazione di massa consenta di allentare la pressione della pandemia, ma non è noto in che percentuale e quanto potrà durare la fase transitoria e la “long tail” che si porterà comunque dietro.

Se non fosse altro che per questa ultima considerazione, è palese quanto poco lungimirante e pigro possa essere l’approccio del: “fermi tutti” intanto che ci vacciniamo. Mentre resta determinante la individuazione di ipotesi di convivenza e di progressiva strategia di uscita da questa pandemia.

Se è vero quanto espresso in premessa sulla diffusione rionale dei focolai, Non si comprende quindi  perché non debba essere quest’ultima la dimensione granulare della gestione della pandemia, ma si preferisca buttare tutto nel calderone delle medie Regionali. La conseguenza è la falsificazione intrinseca del dato numerico e la amplificazione del fenomeno in una scala sproporzionata alla sua necessità gestionale  e quindi fuori controllo.

Vedo una forte analogia con il fenomeno dell’aggressione ai tumori mediante radioterapia che colpisce l’intero organismo. Come per il cancro, tutti gli studi convergono su come il rapporto vantaggi/ controindicazioni sia proporzionale alla localizzazione dell’intervento curativo.

Nel caso della pandemia, a mio parere, dovrebbe essere adottato un approccio altrettanto granulare mediante il coinvolgimento diretto dei Comuni e non delle Regioni che hanno una funzione amministrativa e territoriale non compatibile con la granularità evidenziata dalla diffusione del virus. Sarebbe, quindi,  auspicabile:

  • definire e regolamentare i termini ed i margini di gestione della pandemia a livello nazionale ( in cui la base casistica è consistente e consente di effettuare le migliori analisi statistico-predittive) ed
  • impartire le direttive attuative direttamente ai Comuni che al meglio possono attuare le granulari procedure di protezione e prevenzione del fenomeno pandemico.

Alle Regioni spetterebbe il solo compito di raccolta e coordinamento dei dati. È vero che le competenze sanitarie sono delegate alle Regioni, ma è altrettanto vero che ciò non si applica al caso delle pandemie, in cui lo Stato riacquisisce la sua centralità gestionale.

La attuale scala gestionale Regionale non ha alcun senso in quanto, insufficiente alla analisi statistica-previsionale del fenomeno fisico ed elefantiaca per la azione attuativa con la granularità richiesta.

Quindi, definizione dei parametri normativi a livello nazionale ed attuazione puntuale a livello municipale.

La sperimentazione di una siffatta proposta potrebbe trovare attuazione nella Regione Campania e nel Cilento dove le disomogeneità territoriali sono più marcate.  

A mio parere si innescherebbero fenomeni di progressive zonizzazioni bianche a macchia di leopardo non diverse dalle zonizzazioni regionali ma con relazione modellistica adeguata al criterio di misurazione del fenomeno.

In termini di modellizzazione fisica (non me ne vogliano i severi modellizzatori d’oltre manica ) quello che si sta verificando con la gestione regionale è un tipico esempio di sfasamento che raggiungere la opposizione di fase rendendo del tutto instabile il sistema.